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Recensione: Didjeridu

Papi Moreno, Didjeridu

(«Il Giornale della Musica», n. 221, dicembre 2005)


Il musicista che sussurra agli alberi

Didjeridu, strumento affascinante tra musica e cura


Parliamo di bush! ma della “steppa semidesertica australiana”, il luogo in cui gli aborigeni raccolgono i legni giusti, d’eucalipto, il cui midollo viene mangiato dalle tremende termiti. Il territorio in cui si costruiscono, sarebbe più corretto dire si ricavano, e si suonano i didjeridu (o didjeridoo che dir si voglia). A presentarci questo strano, sotto molti punti di vista, strumento musicale australiano è Papi Moreno: «rapito dal suono dello strumento» ha sviluppato un percorso di conoscenza che descrive nel suo libro Didjeridu. Suonare un albero. Tecniche e benefici. Tutti gli strumenti musicali hanno una loro storia, un loro carattere, un’anima; tutti gli strumenti musicali meriterebbero d’essere “presentati” con la cura ed il coinvolgimento con i quali si viene accompagnati nel mondo umano e sociale, sonoro e magico del didjeridu da Papi Moreno: «Per me suonare il didjeridu non significa solo emettere dei suoni entro schemi ritmici, ma entrare in contatto anche con quegli aspetti miei più profondi che soltanto in momenti di particolare intensità riesco a raggiungere». Un percorso “tosto”, quindi, radicato, che parte dal mito, attraversa la tradizione e la storia delle popolazioni australiane, per giungere alle tecniche, complesse e coinvolgenti, indispensabili per suonare lo strumento. Nel volumetto vi si trova quasi tutto: dalla “respirazione circolare” agli effetti sonori particolari, dall’uso della voce, al ritmo, agli attacchi, sino a giungere ai “consigli per l’acquisto”: dove lo si può reperire, come sceglierlo. Il tutto con un grande rispetto per la cultura aborigena ed un occhio attento al commercio sostenibile. «Il fatto che molti bianchi suonino il didjeridu non è accolto felicemente da tutti gli aborigeni, quindi credo che sia importante farne un uso di ricerca musicale senza “nulla prendere” dalla sacra cultura originaria».

Nella seconda parte del testo, con l’aiuto di alcuni esperti, l’autore si avventura nel campo del suono come percorso di esperienza interiore e di cura, delle vibrazioni come elemento regolatore del movimento nella natura e nel cosmo, della pratica terapica per la possibile guarigione, intesa come riequilibrio del fisico, della psiche e dello spirito. Ci si addentra in concetti complessi, quasi esoterici: i campi magnetici, le radianze, la risonanza e l’ascolto interiore. Il cd allegato ci aiuta, passo per passo, a conoscere tecniche e suoni dello strumento e permette di ascoltare una interessante scelta di brani specifici eseguiti dall’autore.

pa.s.

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http://www.mtonline.it

Il Didjeridu è uno strumento musicale, cerimoniale, preistorico e proviene dalle terre del nord dell’Australia. Questo libro racconta di lui ed è strutturato in tre parti.

La prima parte dà la possibilità di conoscere lo strumento tramite le informazioni e le leggende legate alle sue origini, frutto di una ricerca in rete e bibliografica. Approfondimenti sui principali temi legati alla questione aborigena in collaborazione con una organizzazione australiana, www.didjshop.com, sito web che fornisce tutte le informazioni di base sui didjeridu, sulla cultura aborigena e le usanze a lei correlate. Un elenco, con recensione, di libri e film in lingua italiana sull’argomento didjeridu e aborigeni.

La seconda parte è il metodo per imparare a suonarlo e migliorare la tecnica, grazie al Compact Disc allegato, ricco di esercizi e suggerimenti che trattano temi come: il suono base e le sue variazioni; gli effetti, gli armonici, il ritmo; l’uso del diaframma e la respirazione circolare; scelta e manutenzione di un didjeridu; il didje multitonale; informazioni, immagini e discografia. Un importante capitolo sul commercio sostenibile dei didjeridu è curato da Ilario Vannucchi (www.didgeridoo.it).

Il CD contiene, oltre al metodo suddiviso in esercizi, alcuni brani da ascolto realizzati con il didjeridu dall’autore stesso.

La terza parte si apre con un’intervista all’autore, a cura di Berenice D’Este, sulle sue esperienze legate al suono e al massaggio sonoro. Segue un capitolo sul didjeridu e la radiestesia redatto insieme a Luca Mantello con la supervisione del geobiologo Aristide Viero e conclude un capitolo dedicato al suono come ascolto interiore, curato in collaborazione con Monica Smith, ricercatrice sul suono e maestra Shiatsu.

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«Piemonte-Magazine.it», dicembre 2011-gennaio 2012

Papi Moreno tra didjeridu e canto armonico

di Sabrina Roglio

i didjeridu di MorenoIl popolo aborigeno da quarantamila anni tramanda una leggenda che racconta: «All’inizio del tempo dei tempi, tutto era avvolto nel freddo e nel buio. Boonun stava preparando la legna per il fuoco. Mentre controllava i tronchi vide che uno era cavo perché le termiti lo stavano mangiando all’interno. Siccome voleva bruciare il tronco senza far del male alle termiti vi soffiò dentro per liberarlo. Ed il tronco iniziò a suonare. Le termiti allora volarono nel cielo e divennero stelle, e poi la via Lattea, che illuminò la terra sottostante. E per la prima volta il suono incantato del didjeridu fu udito creare il sacro suono del Tempo del Sogno».

Un suono che diciassette anni fa ha incantato anche Moreno Papi – in arte Papi Moreno, nato nelle Marche ma cresciuto a Torino, e gli ha stravolto la vita.

Era l’estate del ’94 ed ero andato al Parco della Pellerina per sentire un concerto. A suonare era un gruppo di aborigeni australiani, il didjeridu accompagnava i canti e le danze tradizionali. È stato come uno shock, mi sono subito innamorato di quello strumento e ho passato il resto del concerto appoggiato al palco per capire che tecnica utilizzassero e come facessero.

Il didjeridu è un bastone cavo che viene messo in vibrazione con le labbra. Tradizionalmente si usa un tronco di eucalipto scavato all’interno dalle termiti. La lunghezza è variabile, tra il metro e i due metri e mezzo. Si suona producendo una vibrazione con la bocca appoggiata sull’imboccatura modellata con cera d’api, a seconda della grandezza delle proprie labbra. La forma e il materiale determinano il suono: legni più morbidi danno un suono più vibrato e avvolgente, legni più duri un suono secco e marcato. Uno strumento corto e di diametro stretto avrà un suono acuto, se conico e lungo avrà un suono più grave e vibrato.

Facevo il pubblicitario, avevo una mia agenzia ma quel concerto mi ha cambiato, ho deciso che la mia professione sarebbe diventata la musica. E così, dopo aver comprato il suo primo didjeridu, passa l’inverno 1994-1995 a cercare informazioni o persone che potessero aiutarlo. Mi sono sentito molto solo e isolato, diciassette anni fa non c’erano libri, internet o tanti altri italiani che suonassero il didjeridu. Sono praticamente autodidatta, è stato difficile ma ce l’ho fatta. Ho capito molte cose: per me suonare il didjeridu non significa solo emettere dei suoni entro schemi ritmici, ma entrare in contatto anche con quegli aspetti miei più profondi che soltanto in momenti di particolare intensità riesco a raggiungere.

Moreno in concerto

Nel ’97 lascia il suo lavoro e un anno dopo apre la scuola di musica "Atelier VistaMole" con sede sotto la Mole Antonelliana. Qui organizza corsi e fa ricerca sul suono, sulle vibrazioni e sugli armonici vocali. Essendo tra i pochi italiani a suonare questo tipo di strumento passa anni molto intensi, tra lezioni, concerti in giro per tutta la penisola, costruzione di strumenti, registrazioni di cd e sperimentazioni. Ho iniziato facendo spettacoli da solo, poi insieme a diversi musicisti. Non conosco la musica in senso classico ma ho capacità ritmiche e musicali, qualcuno mi ha detto che dovrei imparare il solfeggio, la maggior parte però mi suggerisce di rimanere come sono. Ho registrato 4-5 cd oltre a quello allegato al mio libro Didjeridu, suonare un albero (ed. Musica Pratica) che insegna le tecniche per suonarlo.

Nel 2006 chiude la scuola e si trasferisce in Valchiusella. Avevo bisogno di staccare, ma continuo a fare corsi, costruire gli strumenti e a suonare con diversi musicisti. Ha imparato a costruire da sé i didjeridu: basta – a suo dire – un po’ di capacità manuale. Recupera, in giro per i boschi, i tronchi di alberi caduti, poi li apre a sandwich e li scava facendo attenzione a lasciare una superficie non liscia (le imperfezioni sono simili a quelle che farebbero le termiti in natura e aiutano a migliorare le vibrazioni) e li richiude. Molto particolari sono i didjeridu ricavati dai fiori dell’agave, raccolti quando stanno morendo e quindi hanno terminato il rilascio dei semi. Grazie alla loro morbidezza possono essere scavati con utensili e ferri roventi senza aprirli. Vorrei provare, spiega Papi, a farne uno particolare in ottone: si chiama didjeribone australiano o didjeridu trombone. Il didjeridu ha una nota sola, così quando suono con altri musicisti devono adattarsi; il didjeribone australiano è come un trombone quindi si può, grazie ad una sorta di coulisse, allungarlo modificandone l'intonazione.

La ricerca di Papi abbraccia tutti gli aspetti del suono: dalla respirazione circolare, necessaria per suonare lo strumento, al massaggio sonoro e il canto armonico. La respirazione circolare consente di suonare lo strumento senza stacchi sonori dati dalla necessità di respirare tra un’espirazione e l’altra. È una formidabile tecnica terapeutica, dice Papi, che si avvale di un respiro consapevole. Mantenere la respirazione continua e senza pause genera una profonda risposta in tutto l'organismo e il livello di energia si alza notevolmente.

Moreno coi suoi allieviIl canto armonico è arrivato in un secondo tempo. Concettualmente vicino al suono del didjeridu, questa tecnica utilizza solo la voce. Attraverso il canto prolungato delle vocali e grazie a un particolare uso della lingua è possibile cantare contemporaneamente alla nota di base, detta tonica o fondamentale, delle note secondarie "fuori tono", più acute, chiamate armonici o ipertoni. È molto affascinante e lo insegno nei miei corsi: è utile per conoscere se stessi. L’anno scorso ho tenuto un corso di didjeridu al Conservatorio di Novara, vorrebbero che ne tenessi anche uno di canto armonico.

Successivamente, grazie alle competenze acquisite con corsi sul massaggio, Papi ha deciso di provare a mettere insieme suono, didjeridu e massaggio. Il suono e la vibrazione del didjeridu, spiega, vengono indirizzati sul corpo in modo equilibrato e profondo come se fosse un massaggio. La parte terminale dello strumento sfiora la persona da trattare che riceve un insieme di suono e vibrazione più o meno intenso a seconda della distanza dal corpo. Questo massaggio sonoro dinamizza il corpo dando energia.

Nonostante la “fuga” in Valchiusella basta dare un’occhiata al sito di Papi per capire che è sempre in movimento: molte sono le collaborazioni e i lavori con musicisti o formazioni diverse. Universo in Ascolto è un progetto nato dall’incontro del didjeridu con la compositrice e pianista Delilah Gutman e propone un viaggio tra musiche classiche (Bach e Chopin), il pianoforte della Gutman e il suono del canto armonico e didjeridu di Moreno Papi. Babele Mutante è invece uno spettacolo realizzato insieme al polistrumentista Roberto Zanisi, solista italiano di cümbüs e steel pan. L’originale Hunt Calls (richiami di caccia) è un concerto ideato dal sassofonista Diego Borotti con la collaborazione di Papi; Antica mente propone etnojazz, folk, coro armonico, improvvisazione, atmosfere indiane grazie all’alchimia con il polistrumentista Ciro Buttari. Per non parlare del progetto Garamanti Urbe nato dall'incontro con il percussionista Max RF e Dj Ciaffo, e ha come special guest Dino Pelissero.

Info
www.papimoreno.com

 

SlideShow Pro

Novità
  • Misura e Dismisura
  • C'erano una volta i Fiati
  • Studi elementari per trombone e ottoni bassi

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