Didattica in hit parade. Musica a scuola: le prospettive degli editori.
Nell'ambito di una didattica basata su un indirizzo pedagogico più preciso, si inserisce Musica Practica, che sviluppa l'impostazione della metodologia Suzuki. Flavio Gatti, il presidente, così ci presenta il lavoro: "Stiamo a stretto contatto con gli insegnanti tramite riunioni e aggiornamenti. Le nostre pubblicazioni sono frutto di anni di lavoro e arrivano dopo lunghi percorsi di formazione dei nostri docenti, che creano con l'obiettivo di essere funzionali e chiari verso i giovani referenti.
Musica Practica sviluppa la didattica Suzuki sulla quale abbiamo impostato alcuni libri: il più importante, 'Io suono l'arpa', è senza dubbio uno dei nostri capisaldi: l' autrice, Gabriella Bosio, insegnante di formazione Suzuki, vanta una fama mondiale nell'ambito dell'insegnamento dell'arpa e questo suo libro è il più famoso e il più diffuso al mondo, già tradotto in inglese e francese. Ora stiamo pensando ad un Dvd multilingue da affiancare alle tre edizioni del libro".
Altro didatta molto prestigioso nell'applicazione della metodologia Suzuki, per quanto riguarda questa volta il violoncello, è Antonio Mosca, che ha dedicato a questo strumento un volume basato sull'approccio fisico prima che musicale - sta a monte della musica - per renderne più familiare il contatto da parte dei bambini. È in via di ripubblicazione tutto il materiale dedicato alla chitarra di ambito Suzuki di cui l'anno prossimo si festeggeranno i 30 anni, tra cui una raccolta per orchestra di chitarre di Elio Galvagno, a lungo presidente del metodo Suzuki in Italia".
Cristiana Vianello
(Il Giornale della Musica, n. 223, febbraio 2006)
EDITORIA MUSICALE OGGI: GLI OTTO ANNI DI MUSICA PRACTICA Suonare con praticità
Intervista con Flavio Gatti; già direttore editoriale Rugginenti, che guida la giovane editrice specializzata in testi per bambini, appassionati e operatori del settore: in arrivo anche metodi per flauto che stanno in piedi senza bisogno di leggio, e una collana di musicoterapia.
Muoversi nell'editoria musicale oggi: un'impresa non facile, negli stretti orizzonti di un mercato che pare ostacolato dalle sue stesse misure. Eppure, in qualche caso, con buone idee unite a una conoscenza approfondita del mercato è possibile battersi, e ottenere un buon successo. Musica Practica, dopo otto anni di vita «nella fucina», è una giovane casa editrice che ci crede e ci prova tenacemente, mostrando con una serie di nuovi prodotti e a chiare lettere il proprio core business. Ideatore è Flavio Gatti, forte dell'esperienza di direttore editoriale presso Rugginenti (la cui produzione è in gran parte curata dalla redazione di Musica Practica). Come nasce la definizione "practica"? «L'idea ci è parsa semplice ed efficace: un'editoria pratica deve puntare alla praticità del prodotto editoriale come valore, fornire strumenti originali. Il nome l'avevamo scelto per la prima collana di partiture organistiche senza voltate di pagine. La praticità del mezzo editoriale trasmette l'idea di una redazione impegnata nella ricerca di soluzioni nuove, quali particolari scelte grafiche, di impaginazione, di metodo, di scrittura musicale». Quali sono gli ambiti dei vostri prodotti? «Il fronte didattico ha un ruolo fondamentale, ricoprendo l’80% della nostra produzione, mirata soprattutto alla fascia del primo approccio. Tasti pazzi è una raccolta di brani per pianoforte o tastiera ma anche per musica d'assieme in un unico volume per i tre anni della scuola media; Frullallero e Canti in scena sono librischeda, organizzati in sezioni che offrono la possibilità di interagire (ritagliare, disegnare, cantare e suonare) e vari piani di lettura: lo spazio del corpo, della voce, della creatività e della scena». Qual è il testo più significativo in catalogo? «Il nostro fiore all'occhiello è Io suono l’arpa, di Gabriella Bosio, pubblicato in italiano e contestualmente in francese e inglese; Si presenta nella doppia veste di manuale per l'allievo e guida per insegnanti e genitori. Nella didattica per lo studio dell'arpa è diventato un testo di riferimento a livello mondiale la distribuzione è curata dalla Salvi Harps NSM s.p.a. e in Italia ha saturato il mercato. Stiamo pensando a un dvd multilingue da affiancare alle tre edizioni del libro». Quali uscite avete in programma per la prossima primavera?
«La collana dei Leggiotti, volumetti per lo studio del flauto dolce metodo e spartiti che hanno la caratteristica di stare dritti sulla scrivania, garantendo una corretta postura senza l’ausilio del leggio, e la collana di musicoterapia, in collaborazione con il centro Benenzon di Torino, il cui primo volume, Introduzione alla musicoterapia, è da un lato strumento di prima conoscenza, dall'altro manuale di consultazione dotato di glossario. Sempre nello spirito della praticità».
Monica Luccisano
Gabriella Bosio, Io suono l'arpa
(Il Giornale della Musica, n. 188, dicembre 2002)
UN METODO DI GABRIELLA BOSIO PER BAMBINI E GENITORI L’ARPA MAGICA DEL FANCIULLO Si può cominciare già a quattro anni. Lezione per lezione, nulla è lasciato al caso: scelte metodologiche e didattiche sono spiegate in modo approfondito, le illustrazioni accompagnano l’apprendimento de bambino
Nella seconda metà dell’ottocento, la grande musica europea (prima di esplodere nel mondo intero) aveva imposto ad alcuni strumenti un ruolo quanto mai definito e preciso: gli ottoni trascendenti nei corni di Brahms e tremendi nelle tube wagneriane, il principe pianoforte, accarezzato e martellato, immancabile compagno per qualsivoglia approccio allo studio della musica e la magica, rarefatta, impalpabile arpa. Strumento femminile per tradizione, con un suono troppo sovente sperduto nelle grandi orchestre tardo-romantiche, abusato per facili effetti new age nella poetica impressionistica, per lunghi anni, l’arpa è stata quasi dimenticata, strumento minore, riservato ad esperienze marginali. Ma è giunto il momento dell’atteso riscatto. Già Alfredo Casella, nel suo grande lavoro sull’orchestrazione contemporanea, anticipava che l’arpa avrebbe potuto, in un avvanire prossimo, «ritrovare il favore perduto, ché numerose sono ancora le risorse vergini dello strumento e, d’altra parte, nessuno può oggi ipotecare l’avvenire, il quale ci riserverà ben altre sorprese». E oggi, finalmente, con la diffusione trasversale dell’arpa negli ensembles contemporanei, nella musica celtica, folk, popular, quell’avvenire sembra essere qui tra noi.
La rinascita di uno strumento, tuttavia non dipende soltanto dalle mode: ci vuole anche l’opera sicura e professionalmente corretta di maestri che sappiano immaginare percorsi validi e convincenti per i propri allievi. Ce lo conferma Gabriella Bosio, che, sulla scia della sua pluriennale e caleidoscopica esperienza e con l’aiuto dell’entusiasmo che tuttora caratterizza il suo modo di lavorare, per «contrastare il luogo comune che considera l’arpa uno strumento prettamente femminile» e per ribaltare la facile suggestione di un’iconografia «che per secoli ha rappresentato sempre solo angeliche figure femminili intente a suonare l’arpa», propone Io suono l’Arpa, un Metodo intuitivo illustrato per piccoli arpisti a partire dai 4 anni d’età, offrendolo allo stesso modo a maschietti e femminucce, in un originale e convinto patto di pari opportunità. Il metodo si compone di due volumi: il Libro dell’allievo e la Guida per i nsegnanti e genitori. Di solida e convinta scuola suzukiana, l’autrice coinvolge da subito nel dialogo educativo mamme e papà, in modo che possano diventare prezioso collaboratori dell’insegnante, ma aggiunge subito: «Ricordate che la lezione è in primo luogo destinata al bambino e poi al genitore». Il volume per i grandi si apre con un’utile e motivata introduzione nella quale si definiscono le caratteristiche del metodo e si forniscono precise informazioni sull’organizzazione concreta delle lezioni: «Una cosa è saper suonare e un’altra è saper far suonare». Il discorso è chiaro e attento; Gabriella Bosio pone l’attenzione al processo di memorizzazione che il bambino deve compiere, all’utilizzo meditato dei tempi e delle durate nei vari momenti in cui si deve articolare una lezione, all’analisi minuziosa delle posture e della posizione e articolazione di mani e dita, sino ad entrare nei particolari legati all’altezza e alla posizione dello sgabello, alle dimensioni appropriate e personalizzate dello strumento e alla sua accordatura: «I bambini hanno un orecchio molto sensibile e vengono irritati dai suoni prodotti da arpe scordate».
Nell’ampia seconda parte del volume l’insegnante (e con lui i genitori) viene accompagnato letteralmente per mano. Lezione per lezione nulla è lasciato al caso: le scelte metodologiche e didattiche sono spiegate in modo approfondito, posture, trucchetti, accorgimenti condiscono le musiche proposte, fotografie e puntigliose didascalie indicano la posizione di spalle, braccia, mani e dita. La progressione degli studi è elaborata con cura, accompagnata in modo costante dalle note di Bella Stella, che ci riconduce con forza nel mondo sonoro del metodo Suzuki e che viene presentata come base per testi dedicati «compilati in modo da indicare gli elementi a cui porre attenzione». Il volume rivolto all’allievo si avvale, per le illustrazioni, della figura di un simpatico maschietto disegnato da Giorgio Delmastro, che accompagna il bambino nel suo divertente ma serio gioco. Esposte secondo una rigorosa progressione didattica, le lezioni si presentano ricche di coloratissime vignette; inoltre, l’autrice ha avuto la riuscita idea di condire i pentagrammi con vivaci icone di facile ed immediata lettura, per ricordare al bimbo trucchi, posture, tecniche e articolazioni specifiche. In ultima pagina, se meritato, Il mio primo Diploma di Arpista, documento conclusivo con tanto di data e di firme. Un’ultima, non trascurabile risorsa: il metodo è available in english I play the Harp e disponible en français Je joue de la Harpe; un ottimo stimolo a rinforzare i percorsi di interscambio didattico-metodologico per un linguaggio educativo quanto più condiviso possibile nella futura Europa allargata.
Paolo Salomone
(Musica, n. 142, dicembre 2002/gennaio 2003)
Gabriella Bosio pubbllica per l'editore Musica Practica un metodo per lo studio dell'arpa destinato «...ai piccoli arpisti a partire dai quattro anni d'età». Stupisce l'età dei destinatari di questo libro, e in effetti è sorprendente che un bambino di quattro anni possa accostarsi allo studio di uno strumento tanto complesso come l'arpa, ma si deve tenere presente che esso nasce al termine di una lunga esperienza che l'Autrice ha accumulato anche attraverso l'insegnamento della musica col metodo Suzuki, da sempre rivolto a bambini piccolissimi. La definizione di «metodo », è però doppiamente impropria. In primo luogo perché i volumi sono due, uno dedicato ai giovani allievi, l'altro ai genitori il cui compito è quello di seguire i piccoli arpisti nelle fasi iniziali del programma. In secondo luogo perché la parola «metodo» rinvia a qualcosa di noioso, asettico, ripetitivo. Niente di tutto questo si trova nei volumi della Bosio, nei quali i molti disegni e l'uso di un linguaggio semplice e divertente, mirano a colpire la fantasia dei bambini attraverso il filtro del gioco. Anche i piccoli brani a corredo dei volumi risultano nuovi poiché il loro scopo è quello di fissare (attraverso dei testi in rima e una ricca simbologia) i movimenti corretti delle braccia, dei polsi e delle dita sulle corde dell'arpa. Il principale pregio di questo libro è la concretezza, cosa che del rcsto si evince fin dalla prima pagina: cosa occorre per suonare l'arpa? Risposta: «un bambino o una bambina, un paio di orecchie vispe e pulite, un'arpa, uno sgabello, un poggiapiedi, un leggio, un bravo maestro...».
(Suonare News, Novembre 2002)
Gabriella Bosio è nota concertista e insieme appassionata didatta dell’arpa. Con questo metodo in due volume, coloratissimo e divertente, si rivolge a un pubblico di bambini a partire dall’età di quattro anni. Una sfida mica da ridere Ogni passo del metodo è accompagnato da una puntigliosa, accuratissima pagina sul parallelo volume destinato a genitori e insegnanti. La didattica scelta è fortemente orientata verso un sistema intuitivo: oltre alle già citate illustrazioni di Giorgio Delmastro, le musiche e le lezioni tecniche sono costellate di icone (contaminazione da Windows?) che suggeriscono le corrette posizioni di mani, piedi e gambe, lo stacco dei polsi e così via. Nessun cenno di teoria musicale: questa parte viene affidata dall’autrice (correttamente) alla sensibilità del docente e alla capacità di ricezione e di concentrazione dell’allievo.
Giovanni Gioanola
(Del 15/11/2002, TorinoSette)
L'ARPA BAMBINA Da quasi 25 anni Gabriella Bosio insegna a suonare l’arpa. La sua lunga esperienza sia in Conservatorio sia al Suzuki Center di Torino l’ha indotta a scrivere un metodo intuitivo pubblicato da Musica Practica in due volumi: uno per gli allievi e uno per gli insegnanti e i genitori. Con l’aiuto di fotografie e disegni (deliziosi, sono di Giorgio Delmastro) il piccolo arpista s’accosta alla difficile arte. Il percorso didattico prevede un’ampia serie di brani di difficoltà crescente e corredati da un testo divertente (tre titoli a mo’ di esempio: «L’orsetto vivace», «Il topino», «Il canguro tontolone»). Le indicazioni di diteggiatura, espressione, posizione delle mani sono sostituite da buffe ma eloquenti icone.
Il metodo sarà presentato dalla musicologa Rosy Moffa giovedì 21 alle 17,30 alla Biblioteca Musicale Andrea Della Corte (Tesoriera), in corso Francia 192.
l.o.
(Del 20/8/2002 Sezione: Spettacoli di Torino Pag. 47)
I CIOCCOLATINI PER SUONARE L´ARPA
«Per imparare a suonare l´arpa occorrono: 1) un bambino o una bambina; 2) un paio di orecchie vispe e pulite; 3) un´arpa, un poggiapiedi, uno sgabello, un leggio. Servirà anche un accordatore, un metronomo e tantissima musica; 4) un buon maestro che conosca tante cose. Bisogna poi avere molti amici per cui suonare, che però ti facciano anche tanti applausi; 5) la mamma o il papà o i nonni che ti possano aiutare; 6) Il mio metodo per arpa, cioè questo libro». Così comincia «Io suono l´arpa», «metodo intuitivo illustrato per piccole arpisti a partire dai 4 anni di età», che Gabriella Bosio ha realizzato con la fondamentale collaborazione di Giorgio Delmastro e dei suoi disegni (mentre Flavia Vacchero si è occupata della supervisione dei testi e Flavio Gatti del coordinamento editoriale). Il metodo è diviso in due volumetti, uno per l´allievo, l´altro per gli insegnanti e i genitori. La lettura può essere interessante anche per i profani: è bello vedere come si possa insegnare non soltanto a suonare uno strumento musicale, ma anche ad amare la musica. Cominciando sin da piccoli: e cominciare da piccoli è portarsi avanti col lavoro. Gabriella Bosio insegna arpa al Conservatorio di Torino, tiene concerti, interpreta composizioni contemporanee a lei dedicate, è «insegnante formatore europeo» per la metodologia Suzuki dell´arpa. Nel libro dedicato all´allievo i suoi prezioni suggerimenti sono accompagnati dai deliziosi disegni di Delmastro, nell´altro volumetto ci sono le fotografie. Si parla non soltanto di musica, ma anche di postura, delle mani, certo, ma anche dei piedi, della schiena e del corpo in generale. Ci sono i «sì» e i «no», sempre illustrati. Con suggerimenti di questo tipo per controllare se una posizione è corretta: «Provate a mettere due cioccolatini piatti sul collo dei piedi: se non cadranno, a fine lezione ve li mangerete». Buon appetito cari bambini, e buona musica.
al. co.
(Musica Domani, n. 130, marzo 2004)
L'arpa per i più piccoli
Roberta Pestalozza
lo suono l'arpa è una guida che intende avvicinare allo studio della musica i bambini di soli quattro anni di età. I bimbi con pochi anni non hanno ancora interiorizzato il concetto di difficoltà pertanto, secondo l'approccio della Bosio, basterà semplicemente illustrare, far vedere, insegnare con modi appropriati e tutto sarà possibile. In questa fase di apprendimento, il piccolo è naturalmente portato a imitare l'adulto; la gestualità strumentale, difficile da spiegarsi a parole, gli verrà comunicata dal vivo facendogli utilizzare semplici movimenti che già conosce e che possono servite per suonare lo strumento dell'arpa. A questo proposito la Bosio ha descritto nel libro in modo brillante e efficace, giochi, esercizi e confronti con esperienze motorie già acquisite, passaggi utili per l'assimilazione della postura necessaria (ad esempio: per spiegare la corretta posizione dei polsi viene indicata l'immagine delle mani sul manubrio quando si va in bicicletta). I capitoli riguardanti le posture sono forse la caratteristica più originale del lavoro di Gabriella Bosio; si tratta di pagine intere dedicate all'analisi dei comportamenti e dei movimenti necessari per iniziare a suonare lo strumento in questione (altezza e posizione dello sgabello, posizione dei piedi e delle gambe, posizione delle spalle, posizione dei gomiti e delle ascelle ecc.) rivolte a bambini molto piccoli, dalle dimensioni minute e dai movimenti ancora da definire.
Il metodo in questione trova sviluppo in due volumi: uno, a colori, rivolto ai bambini, l'altro viola in copertina (in bianco e nero all'interno) pensato sia per gli insegnanti sia per le persone che vorranno aiutare il percorso strumentale dei piccoli allievi, senza necessariamente avere nozioni musicali (i genitori ad esempio).
Il libro dell'allievo, quello giallo, contiene tutti gli spartiti musicali scritti con notazione a grandi caratteri; i più piccoli troveranno, come in una specie di intavolatura antica, dei disegni-simbolo, piccole icone, che li aiuteranno a ricordare gesti, elementi tecnici o errori da evitare. Il libro degli adulti, quello viola, è diviso in due parti: la prima scompone e analizza la postura strumentale arpistica, mentre la seconda sviluppa gradualmente, capitolo per capitolo, il repertorio e la tecnica propri dello strumento. È interessante come la Bosio affronti l'analisi e lo sviluppo della gestualità e di come questa sia importante da tramandare all'allievo e costituisca un importante punto di partenza per diventare dei bravi musicisti.
Nella seconda parte del libro giallo, dedicata al repertorio e alla tecnica, i brani proposti seguono una successione logica. La scansione delle musiche è organizzata secondo l'impiego tecnico; si parte dall'uso di un solo dito (il secondo) poi di due dita (il primo e il secondo) quindi tre dita e infine quattro dita. Alla fine del libro l'allievo troverà per ogni brano, una lunga serie di variazioni ognuna delle quali focalizza un “modello tecnico” differente. Bella stella, la danza del gallo e della gallina, l'elefante in tuta blu e tanti altri sono i titoli dei diversi temi musicali dì questo libro accanto ai quali si trova un testo scritto che offre la possibilità di cantare sopra la musica. I testi delle filastrocche hanno per lo più animali come soggetti, come spesso succede nella letteratura per l'infanzia.
Accanto allo spartito e al testo di ogni brano sono raffigurate piccole icone: si tratta di una serie di personaggi disegnati che, posti sopra la battuta musicale, segnalano e ricordano al bambino gli aspetti tecnico/gestuali trattati (la proboscide dell'elefante indica la posizione del secondo dito, il collo della giraffa sta indicare il pollice alto ecc.).
L'ampia presenza di colori, di giochi e filastrocche funzionali all'apprendimento della varie abilità è interessante e efficace anche pensando a allievi adulti curiosi allo studio dell'arpa.
Le principali scuole per arpa, quella di Reniè di Grandiany, quella della Grossi, quella di Watkins, e quella di Salzedo rivolgono la loro attenzione a allievi di un età non inferiore agli otto anni. L'originalità dell'approccio dì Gabriella Bosio consiste proprio nel sovvertire questo andamento: per la musicista torinese il bambino di soli quattro anni è già nelle condizioni per inaugurare un percorso di apprendimento musicale. In questa prospettiva l'ascolto, l'osservazione, l'attenzione alla condizione del bambino costituiscono presupposti fondamentali dell'insegnamento.
Gabriella Bosio insegna arpa a Torino, in Italia, da trentadue anni, di cui venti con il metodo Suzuki accanto ai giovanissimi allievi. Forte di questa lunga esperienza di pedagoga, sta per pubblicare in francese con Musica Practica, «Io suono l'arpa, metodo pratico per bambini a partire dai quattro anni», metodo che esiste già in Italia da quattro anni. Ho approfittato della sua presenza a Cardiff per il settimo Congresso Europeo dell'Arpa per incontrarla e per soddisfare la mia curiosità su questo famoso metodo Suzuki, il suo insegnamento, i suoi risultati e naturalmente sul contenuto di questo metodo per arpa.
Il metodo Suzuki si basa sul principio della «Madre Lingua» e l'ipotesi che si può apprendere la musica da bambini, come la lingua materna, quanto difficile possa essere, attraverso l'imitazione e la ripetizione, a condizione che il bambino si immerga nell'universo musicale e che lavori tutti i giorni. La musica è un linguaggio come un altro. Se un bambino è capace di assimilare in modo naturale lingue difficili per un adulto, come l'ungherese o il giapponese, perché non potrebbe imparare con uguale facilità anche la musica? Evidentemente è necessario adattare l'insegnamento e l'ascolto al vocabolario del bambino al fine di renderli ludici e facilmente comprensibili. Si tratta di un'età in cui le cose più difficili si apprendono senza difficoltà, in cui la tecnica più difficile come quella dell'arpa si acquisisce più facilmente: basta sezionare il processo al massimo, immaginare, e metterlo in scena in modo che il bambino se ne appropri. Così il pollice che si piega diventa il collo di una giraffa che saluta. È necessario che i genitori e l'entourage dell'allievo siano coinvolti nell'apprendere la disciplina come lavoro quotidiano: ogni giorno è necessario mangiare, vestirsi, imparare parole nuove, suonare il proprio strumento. Questo metodo è il frutto di quindici anni di esperienza e di apprendistato personali di Gabriella Bosio a contatto con i suoi giovanissimi allievi. Il suo scopo è di permettere a qualsiasi bambino di imparare l'arpa molto presto e di poter, una volta cresciuto, integrare con un insegnamento più «classico», in seno al conservatorio, e di adattarsi senza difficoltà ad una metodologia più tradizionale al fine di assimilare sia la tecnica sia il repertorio. Non si tratta di formare al più presto dei piccoli geni, dei futuri grandi solisti, anche se, certamente, come una Letizia Belmondo - una delle più giovani allieve di Gabriella Bosio - saranno continuamente richiesti per il loro talento, ma prima di tutto di integrare la musica nell'educazione e nello sviluppo globale del bambino.
Questo metodo di apprendimento dell'arpa è rivolto ai professori, principianti o non, che devono insegnare ai bambini o agli adulti amatori e che, non potendo proporre un metodo tradizionale di lavoro, devono crearsi una nuova strategia di insegnamento. Una scommessa per gli arpisti che hanno imparato a suonare prima di tutto e non a trasmettere. Possedere una tecnica non implica che si è capaci di trasmetterla. Come si possono spiegare dei gesti compiuti meccanicamente giorno dopo giorno da anni? È la sfida che Gabriella tenta di lanciare da quindici anni, da quando si è messa in testa di adattare il metodo Suzuki all'insegnamento dell'arpa. Attraverso quelle immagini, quelle storie, insegnare ad un bambino di quattro anni come posizionare il suo pollice; pollice che deve essere, dritto, alto, aperto, articolarsi? Così il metodo di apprendimento elaborato da Gabriella comprende due fascicoli, uno per l'allievo, quello giallo, uno per il professore, quello blu. La progressione è deliberatamente lenta. Ciascun pezzo insegna una tecnica nuova riprendendo quelle precedenti, lo staccato, il legato, la coordinazione, ad un dito, poi due, poi tre. È fondamentale lavorare in modo rilassato, assimilare con sicurezza ciascuna base prima di procedere e di acquisirne un'altra, al fine di offrire a ciascun allievo la possibilità di avanzare secondo il suo ritmo, così lontano da quanto lui desidera.
Non c'è dubbio che Gabriella sia fiorita in questo insegnamento al di fuori dai sentieri percorsi dalla sua stessa formazione tradizionale. La sua generosità ed il suo coinvolgimento risplendono: lei investe nei suoi allievi senza misurare i costi, e loro la ricambiano bene. Nella pratica sono concentrati, uniti, contenti di suonare l'arpa e di fare musica, vera musica. Un successo incontestabile! Una buona ragione per meditare su questo «Metodo pratico per bambini», per approdare ad un'altra via di insegnamento e per acquisire nuovi strumenti di trasmissione? La scelta è vostra ...
(Sito della Provincia di Torino, pagina dell'editoria locale a cura di Emma Dovano. http://www.provincia.torino.it/editoria_locale/index.htm , 23-11-2007)
Bella stella come la Nona di Beethoven
I testi sono scritti da un'insegnante da più di dieci anni del Suzuki Talent Center di Torino, quindi buona conoscitrice di bambini e di metodi tranquilli e piacevoli per far apprendere musica e strumenti. Anche quando lo strumento è più grande del bambino che lo suona. L'arpa.
Il metodo è quello intuitivo, con partenza dai brani musicali per arrivare agli elementi tecnici. "Le necessità tecniche cresceranno con quelle musicali, utilizzando nuovi modelli tecnici su brani già conosciuti…" E anche la terminologia diventa comprensibile sia per i bambini che per i genitori, che molto spesso non sono musicisti.
I libri infatti sono due: uno dell'allievo, con tutti gli spartiti musicali, icone, e disegni che possono aiutare che ancora non sa leggere a ricordare i gesti, gli elementi tecnici e gli errori da evitare; l'altro degli adulti con una larga parte di analisi della postura strumentale arpistica, il repertorio e la tecnica propria dello strumento.
Imparare la posizione corretta è fondamentale: dopo avere trovato la giusta altezza dello sgabello e del poggiapiedi, si passeranno del poggiapiedi, si passeranno in rassegna i gomiti, il collo, i polsi, le dita ecc. il tutto facilitato da una serie di icone tipo fumetti per ricordare le posizioni e i movimenti, almeno nei primissimi tempi dell'apprendimento o per avere a colpo d'occhio la consapevolezza di articolare bene le dita, di pizzicare in modo smorzato, accarezzzato, attenuato, étouffé.
Musica insegnata in modo serio, mai banale o troppo infantile. A quattro anni si è seri, le cose che si fanno, i brani che si suonano hanno una grande importanza: Il primo brano che si impara Bella
stella, con la posizione del pollice in alto (a collo di giraffa), il secondo dito con la punta rivolta verso il basso (a proboscide di elefante) - avrà la serietà e l'importanza della Nona Sinfonia di Beethoven.
Emma Dovano
Cristiana Voglino, Canti in scena
(Il Giornale della Musica, n. 196, settembre 2003)
Canti in scena, opera di Cristina Voglino dall'eloquente sottotitolo Manuale per la creatività (Torino, Musica Practica 2002, 232 pp., con cd allegato, Euro 25,00), si legge facílmente, è bene organizzato e di semplice utilizzo anche da parte di chi le note non le sa leggere. Rivolto ad insegnanti, operatori teatrali, animatori, educatori, può risultare altresì molto utile al "creativo" direttore di un coro di voci bianche. Un'originale classificazione pone i canti in relazione con il corpo, la voce, lo spazio creativo, lo spazio scenico.
Oltre a specifici percorsi per lo sviluppo della tecnica vocale, vi sono molte pagine dedicate ad azioni didattico-espressive. Accanto ai mille spunti per giocare in modo costruttivo con la voce modulata, per «stimolare la voglia di pensare a ciò che sì sta cantando» e l'attenzione al contenuto e alla forma, per avvicinarsi al mondo dei canto corale come «espressìone di un gruppo», Canti in scena sì propone come strumento ricco di indicazioni e percorsi per chi debba utilizzare la musica e il canto per un'animazione o una rappresentazìone teatrale. Le indicazioni «per progettare un programma didattico» risultano efficaci per formulare gli obiettivi, preparare gli incontri di canto e le relative scalette di intervento.
Papi Moreno, Didjeridu
(Il Giornale della Musica, n. 221, dicembre 2005)
Il musicista che sussurra agli alberi Didjeridu, strumento affascinante tra musica e cura
Parliamo di bush! ma della "steppa semidesertica australiana", il luogo in cui gli aborigeni raccolgono i legni giusti, d'eucalipto, il cui midollo viene mangiato dalle tremende termiti. Il territorio in cui si costruiscono, sarebbe più corretto dire si ricavano, e si suonano i didjeridu (o didjeridoo che dir si voglia). A presentarci questo strano, sotto molti punti di vista, strumento musicale australiano è Papi Moreno: «rapito dal suono dello strumento» ha sviluppato un percorso di conoscenza che descrive nel suo libro Didjeridu. Suonare un albero. Tecniche e benefici. Tutti gli strumenti musicali hanno una loro storia, un loro carattere, un'anima; tutti gli strumenti musicali meriterebbero d'essere "presentati" con la cura ed il coinvolgimento con i quali si viene accompagnati nel mondo umano e sociale, sonoro e magico del didjeridu da Papi Moreno: «Per me suonare il didjeridu non significa solo emettere dei suoni entro schemi ritmici, ma entrare in contatto anche con quegli aspetti miei più profondi che soltanto in momenti di particolare intensità riesco a raggiungere». Un percorso "tosto", quindi, radicato, che parte dal mito, attraversa la tradizione e la storia delle popolazioni australiane, per giungere alle tecniche, complesse e coinvolgenti, indispensabili per suonare lo strumento. Nel volumetto vi si trova quasi tutto: dalla "respirazione circolare" agli effetti sonori particolari, dall'uso della voce, al ritmo, agli attacchi, sino a giungere ai "consigli per l'acquisto": dove lo si può reperire, come sceglierlo. Il tutto con un grande rispetto per la cultura aborigena ed un occhio attento al commercio sostenibile. «Il fatto che molti bianchi suonino il didjeridu non è accolto felicemente da tutti gli aborigeni, quindi credo che sia importante farne un uso di ricerca musicale senza "nulla prendere" dalla sacra cultura originaria».
Nella seconda parte del testo, con l'aiuto di alcuni esperti, l'autore si avventura nel campo del suono come percorso di esperienza interiore e di cura, delle vibrazioni come elemento regolatore del movimento nella natura e nel cosmo, della pratica terapica per la possibile guarigione, intesa come riequilibrio del fisico, della psiche e dello spirito. Ci si addentra in concetti complessi, quasi esoterici: i campi magnetici, le radianze, la risonanza e l'ascolto interiore. Il cd allegato ci aiuta, passo per passo, a conoscere tecniche e suoni dello strumento e permette di ascoltare una interessante scelta di brani specifici eseguiti dall'autore.
pa.s.
http://www.mtonline.it
Il Didjeridu è uno strumento musicale, cerimoniale, preistorico e proviene dalle terre del nord dell'Australia. Questo libro racconta di lui ed è strutturato in tre parti.
La prima parte dà la possibilità di conoscere lo strumento tramite le informazioni e le leggende legate alle sue origini, frutto di una ricerca in rete e bibliografica. Approfondimenti sui principali temi legati alla questione aborigena in collaborazione con una organizzazione australiana, www.didjshop.com, sito web che fornisce tutte le informazioni di base sui didjeridu, sulla cultura aborigena e le usanze a lei correlate. Un elenco, con recensione, di libri e film in lingua italiana sull'argomento didjeridu e aborigeni.
La seconda parte è il metodo per imparare a suonarlo e migliorare la tecnica, grazie al Compact Disc allegato, ricco di esercizi e suggerimenti che trattano temi come: il suono base e le sue variazioni; gli effetti, gli armonici, il ritmo; l'uso del diaframma e la respirazione circolare; scelta e manutenzione di un didjeridu; il didje multitonale; informazioni, immagini e discografia. Un importante capitolo sul commercio sostenibile dei didjeridu è curato da Ilario Vannucchi (www.didgeridoo.it).
Il CD contiene, oltre al metodo suddiviso in esercizi, alcuni brani da ascolto realizzati con il didjeridu dall'autore stesso.
La terza parte si apre con un'intervista all'autore, a cura di Berenice D'Este, sulle sue esperienze legate al suono e al massaggio sonoro. Segue un capitolo sul didjeridu e la radiestesia redatto insieme a Luca Mantello con la supervisione del geobiologo Aristide Viero e conclude un capitolo dedicato al suono come ascolto interiore, curato in collaborazione con Monica Smith, ricercatrice sul suono e maestra Shiatsu.
http://www.omenet.it/
Didjeridu - Suonare un albero (Musica Practica, 2005) di Giuseppe Lucarelli - "Suono il didjeridu come scelta professionale, un tronco di eucalypto scavato naturalmente dalle termiti proveniente dalla cultura originaria aborigena australiana. Faccio del didjeridu un uso musicale, suonando con il mio bagaglio personale di tecnica e spontaneità". Sono le parole di Papi Moreno, torinese, autore del libro/metodo "Didjeridu, Suonare un albero". A un certo punto della sua vita, siamo nel 1992, Moreno conosce per caso o per destino lo strumento, e se ne innamora fino a lasciare, qualche anno dopo, la sua attività di pubblicitario per costruirsi una professione incentrata proprio sul didjeridu. E così comincia a dedicarsi ai concerti, alla ricerca musicale, allo studio dello strumento, alla creazione di un'etichetta musicale "DIDJERIDU ITALIA" e alle pratiche terapeutiche a esso legate. Il libro, che raccoglie e schematizza l'esperienza e la conoscenza accumulata dall'autore nel corso degli anni, si apre con una dettagliata raccolta di informazioni sulle origini del didjeridu, nonché un viaggio storico-antropologico sul popolo aborigeno, cui risale la paternità dello strumento. Nella seconda parte del libro troviamo il vero e proprio "metodo", un lavoro esaustivo, che oltre alle sezioni dedicate al "come imparare" a al come acquisire una "buona tecnica", prevede una guida alla scelta del didjeridu, alla sua manutenzione e una serie di esercizi pratici da eseguire con l'ausilio di un compact disc allegato al libro. Il testo si chiude con un'ampia sezione dedicata gli aspetti più "spirituali" legati allo strumento, in cui vengono ospitati testi e contributi di vari esperti che affrontano i temi della radioestesia, delsuono e del massaggio sonoro. Ciò che si prospetta al lettore, sia esso semplicemente curioso o realmente intenzionato a imparare a suonare lo strumento, è un viaggio alla scoperta del poco noto universo didjeridu fatto di suoni e tradizioni, storia e mito; un universo lontano, una cultura lontana che Moreno avvicina all'Italia, all'Europa, nel rispetto della diversità. Buona lettura.
(Musica&Dischi, aprile 2005)
Suonare un albero. La world music ormai non è più un genere musicale destinato ad una ristretta cerchia di appassionati, ma ha visto negli anni crescere i suoi estimatori ed è diventata spesso oggetto di operazioni di cross over anche molto interessanti. Sì, perché, in un momento come questo in cui le definizioni musicali perdono sempre più la loro ragione d?essere a causa delle continue interazioni tra musicisti e culture diverse, tutto il mondo della world music è stato patrimonio privilegiato per il rinnovo degli altri generi. E dunque ecco che un metodo per imparare a suonare il didjeridu non è destinato solo a puristi della musica etnica, ma a qualunque curioso voglia avvicinarsi a questo strumento per farne poi l'uso che gli troverà più congeniale: "Il fatto che molti 'bianchi' oggi suonino il didjieridu non è accolto felicemente da tutti gli aborigeni ? scrive del resto l'autore nell?introduzione ? quindi credo sia importante farne un uso di ricerca musicale senza 'nulla prendere' dalla sacra cultura originaria". E' infatti edito da Musica Practica il volume Didjieridu ? Suonare un albero (MP 28) a cura di Papi Moreno. Il libro vuole essere un metodo vero e proprio per imparare a suonare lo strumento di origine australiana, ma nello stesso tempo ne traccia la storia, ne racconta miti e leggende e accenna alla filosofia che questo strumento porta con sé, oltre a fornire pratici consigli su come scegliere un didjeridu. In poche pagine l'autore ci prende per mano raccontandoci un mondo, andando anche al di là della semplice elencazione di tecniche ed esercizi. Fondamentale per una miglior comprensione della tecnica dello strumento il CD allegato.
(Sito della Provincia di Torino, pagina dell'editoria locale a cura di Emma Dovano. http://www.provincia.torino.it/editoria_locale/index.htm , 23/09/2005)
Suonare un albero
Già dalle prime righe del testo, dopo la prefazione che è in realtà una lettera, si rimane un po' perplessi e anche affascinati su come in natura nasca il didjeridu. Aborigeni australiani spiano i tronchi di eucalipto per vedere (e sentire) le termiti, a milioni, che scavano il midollo e ripuliscono il fusto: a questo punto nasce lo strumento musicale, che produrrà un suono leggermente acuto se il diametro del tronco è stretto, altrimenti un suono grave e basso quando il tronco è più ampio. Papi Moreno in questo libro insegna anche a suonare questo 'strumento del corpo' con l'ausilio di un CD: bisogna avere una particolare passione già solo per produrre il suono-base, poi bisogna imparare a usare l'aria con parsimonia e comprimerla nel didjieridu contraendo i muscoli dell'addome e poi inspirare di nuovo dal naso e risoffiare. Ma l'aspetto più intrigante dello strumento dall'apparenza semplice è la possibilità di parlarci dentro mentre lo si suona: molti ritmi nascono proprio grazie alle parole che pronunciate nel tronco di eucalipto danno al suono le suggestioni dei rumori e degli echi della natura. E anche un che di meditativo. (ed)
(Gloria Chiappani Rodichevski, "Didjeridu. Suonare un albero, tecniche e benefici di Moreno Papi ", Morfoedro, portale d'arte e di cultura, http://www.morfoedro.it/doc.php?n=85&lang=it , novembre 2005)
Conobbi Papi Moreno il 10 giugno 2005, in occasione di uno spettacolo multimediale tenuto a Parco Arese Borromeo, Serenata per un satellite, cui parteciparono vari artisti, tra cui lui e Monica Smith.
Ricordo di essermi accostata allo spettacolo senza sapere preventivamente di che cosa esattamente si trattasse. I responsabili non artistici dell'organizzazione, infatti, da me interpellati, mi dissero soltanto che ci sarebbe stata la presenza di arpe ed altri strumenti musicali posti lungo un percorso decisamente particolare.
Lo spettacolo trovò il mio interesse, ma ciò che mi affascinò maggiormente fu "l'angolo mistico" del Parco, come lo definì Papi Moreno, che si esibiva con Monica Smith. In due suonarono cinque tipi di strumenti: didjeridu, kotamo, campane di cristallo, tamburo dell'oceano e gong.
Il fascino mi colse attraverso la realizzazione di una piccola felicità: ero finalmente accanto ad un didjeridu e potevo posarvi sopra la mano, mentre l'artista abbracciava il pubblico in massaggi sonori suadenti ad un terapeutico abbandono delle ansie quotidiane. Inoltre ero felice per il canto armonico che avevo ascoltato per la prima volta anni prima in A moving picture, splendido balletto di Ann Ditchpurn.
Nell'intervallo cominciai a chiacchierare con Papi Moreno e con Monica Smith; chiacchierata che si concretò in un'intervista. Papi Moreno mi fece inoltre dono del suo libro: Didjeridu. Suonare un albero, tecniche e benefici, Torino, Musica Practica, 2005.
Il didjeridu è uno strumento musicale (noto con diverse grafie: didjeridu, didjeridoo, didgeridoo…) costituito da un tronco di eucalipto scavato dalle termiti, con l'imboccatura modellata con cera d'api. Ma soprattutto è lo strumento musicale proprio della cultura aborigena australiana; infatti la superficie esterna di esso è decorata con immagini simboliche che ci riconducono alla mitologia aborigena. Un esempio fra tutti: i Wondjina, figure collegate al "Tempo del sogno" e presentate con corpi allungati, volti privi della bocca e cerchiati di rosso.
E Papi Moreno? È un pubblicitario che non fa più il pubblicitario. Infatti tredici anni fa scoprì per caso il didjeridu e capì che valeva la pena dare una svolta alla propria esistenza. Smise la sua professione di pubblicitario per dedicarsi allo strumento proprio degli aborigeni australiani e a tutto ciò che ruota attorno ad esso. Il "tutto ciò che" non comprende quindi solo la produzione di spettacoli musicali, ma anche l'uso del didjeridu come intermediazione fra l'abitante della nostra contemporaneità occidentale e il suo corpo: corpo fisico e "corpi" psichico e spirituale, che devono vibrare in armonia perché l'uomo possa stare bene. Papi Moreno spiega infatti che mette a disposizione degli altri "le proprietà [terapeutiche] dello strumento, trasmettendo le vibrazioni sotto forma di massaggio al fisico, alla psiche e allo spirito." E a se stesso che cosa mette a disposizione? "Per me," spiega, "suonare il didjeridu non significa solo emettere dei suoni entro schemi ritmici, ma entrare in contatto anche con quegli aspetti miei più profondi che soltanto in momenti di particolare intensità riesco a raggiungere".
Nel suo libro, Didjeridu. Suonare un albero, tecniche e benefici, Torino, Musica Practica, 2005, l'autore ci racconta tutto questo ed altro ancora, affrontando gli argomenti più vari: da miti e leggende che avvolgono l'affascinante strumento aborigeno all'importanza del commercio sostenibile; dalla bibliografia alla filmografia; dalla musicoterapia ai seminari esperienziali condotti con la ricercatrice Monica Smith. La seconda pare del libro, inoltre, costituisce un metodo per imparare a suonare lo strumento grazie anche al CD di corredo, dove vengono presentati una serie di esercizi e alcuni brani eseguiti da Papi Moreno stesso.
Sesso-Spriano, Tasti Pazzi
(Suonare News, aprile 2005)
SUONARE è BELLO DIVERTENDOSI (di Antonio Galanti)
Una cosa è la metodologia classica per lo studio del pianoforte; un'altra è la pratica per l'insegnamento di questa disciplina nella scuola dell'obbligo. Puntando a superare il divario fra teoria e pratica, Eleonora Sesso e Giorgio Spriano, esperti in didattica musicale, mettono a frutto le loro esperienze in Tasti Pazzi, raccolta di brani per pianoforte o tastiera per l'intero ciclo della scuola secondaria di primo grado, pubblicato dalle edizioni Musica Practica di Torino. Quest'accattivante antologia propone un percorso didattico logico, da seguire per tutto il triennio: da Il Cowboy Arturo ad En la pampa; da brani per la sola mano destra ad altri per quattro esecutori, su quattro diverse tastiere. L'allievo troverà sicura gratificazione nel progredire divertendosi.
(Giornale della Musica, marzo 2005)
PIANO POPOLARE
Tasti pazzi propone una antologia articolata di brani per pianoforte o tastiera, di varie epoche e culture musicali, ad uso degli alunni che frequentano la scuola secondaria di primo grado. Anche se così definito nelle sue pagine interne, non si tratta di un vero e proprio metodo quanto, piuttosto, di una raccolta di brani per pianoforte o tastiera organizzati in un percorso didattico graduale. Il volume, composto a quattro mani da Eleonora Sesso e Giorgio Spriano, è costituito da tre sezioni, progettate appunto per gradi progressivi di difficoltà, che si riferiscono, idealmente, ai primi tre anni di studio dell'istruzione secondaria. Il che fa pensare o sperare che, anche nell'angusto e sgangherato spazio che la scuola italiana concede allo musica, vi siano i presupposti per incontrare e sviluppare esperienze d'insegnamento tali da permettere uno studio articolato e abbastanza approfondito del pianoforte o delle, cosiddette, tastiere.
I 66 brani contenuti nel libro sono in buona parte tratti da un patrimonio popolare internazionale abbastanza conosciuto, con l'aggiunta di qualche brano classico semplificato, di alcuni inni nazionali, di un settore specifico dedicato ai canti natalizi e di alcuni simpatici pezzi originali, composti da Giorgio Spriano. Utilmente, ed in linea con i moderni principi didattici, ogni sezione termina con proposte da eseguire a quattro o sei mani. Le trascrizioni sono ben realizzate, anche se in uno stile molto controllato e con una sintassi non certo innovativa; il che ci porta a concludere che i suoni proposti non sono poi così pazzi come il titolo vorrebbe dare ad intendere.
pa.s.
Antonio Mosca, Il bambino e il violoncello
(Suonare News, ottobre 2006)
TUTTA UNA VITA DENTRO UN LIBRO (di Alice Bertolini) Il bambino e il violoncello: un nuovo approccio per insegnare.
Una volta tanto, un libro di didattica per bambini si rivolge in primo luogo agli insegnanti, ma soprattutto ai… genitori. Per rendersene conto, basta sfogliare il libro: poche pagine di musica; ma più di 200 fotografie, simpatiche ed esemplificative, ben comprensibili da tutti. In effetti, Il bambino e il violoncello, edito da Musica Practica di Torino, non intende sostituire, ma affiancare le "tradizionali" pubblicazioni didattiche.
L'autore, Antonio Mosca, professore emerito di violoncello al Conservatorio torinese, perfetto conoscitore del metodo Suzuki, ha riversato in questo volume l'esperienza di una vita; curando l'approccio tecnico strumentale in una visione più ampia, ben armonizzata con la mente, il corpo e lo spazio che lo circonda (dalla ginnastica agli esercizi, dal "galateo" all'uso di speciali "correttori"). Utile anche per i violinisti.
(Giornale della Musica, n.234, febbraio 2007)
IL VIOLONCELLO SUZUKI Giornale della Musica, n. 234, febbraio 2007.
«Ascolta bambino, ti parlo come un padre. La mia vita con la musica, in compagnia del violoncello, è stata bella». Questo l'incipit del messaggio augurale del volume Il bambino e il violoncello. La metodologia Suzuki per lo studio precoce di alcuni strumenti (soprattutto archi) prevede anche, accanto al maestro che deve essere certificato dalle apposite scuole di formazione, la partecipazione attiva, molto attiva, dei genitori. I quali devono, almeno all'inizio, seguire i primi approcci allo strumento insieme ai propri figli, sperimentando, obbligatoriamente in prima persona, lo studio dello strumento. Antonio Mosca è nume e luminare del metodo Suzuki in Italia, colui che l'ha importato e diffuso con convinzione, caparbia e con dedizione unica, tanto da far meritare all'ignorante (musicalmente parlando) popolo italico nientemeno che la 14a Suzuki Method World Convention, che ha portato nella città olimpica torinese più di tremila piccoli strumentisti, docenti e accompagnatori da tutto il mondo.
Nulla da dire sul nuovo approccio per insegnare il violoncello.
L'esperienza e l'amore dell'autore per il suo mestiere e per la vita hanno prodotto un libro agile, svelto, accattivante. Le moltissime fotografie non lasciano dubbio alcuno su posture, esercizi e giochi motori. Non c'è molta musica, ma c'è tutto, proprio tutto, ciò che serve per iniziare e continuare a toccare lo strumento con la corretta impostazione ed il giusto spirito. Ogni argomento proposto è curato con puntiglio persino la "posizione" dell'insegnante e del genitore accanto al bambino e con una gradevole leggerezza, che esalta l'anima bambinesca: saper fare le cose serie con lo spirito del gioco. Un libro che non può mancare nella biblioteca di qualsiasi violoncellista tutti hanno sempre qualcosa da imparare utilizzabile anche, con gli opportuni accorgimenti didattici, dai maestri degli altri strumenti ad arco. Buono studio, dunque, ed un "saluto del violoncellista" ai sempre più numerosi "suzukini".
p.s.
Antonio Mosca, Tecnica giornaliera per il giovane violoncellista
(Giornale della Musica, novembre 2007, estratto)
5 titoli nella collana dedicata al metodo da Musica Practica Suzuki da leggere Dalla tecnica violoncellistica ai giochi chitarristici
Iniziata con la pubblicazione Il bambino e il violoncello del maestro dei maestri Antonio Mosca - di cui già ci siamo occupati in questo spazio - la Collana Istituto Suzuki Italiano, edita da Musica Practica, si arricchisce di nuovi volumi. Innanzitutto, con la Tecnica giornaliera per il giovane violoncellista, Mosca intende integrare il percorso iniziato col primo volume e «portare gli studenti sino al "Diploma Suzuki" che corrisponde più o meno ad un quinto anno della Scuola di Violoncello Statale di Musica».
p.s.
Ezzu-Messaglia, Introduzione alla Musicoterapia
(Suonare News, giugno 2006)
In principio era la musica (di Alice Bertolini)
In principio era la musica. Prende il via dalla Bibbia questo libro, il primo della collana curata dal Centro Benenzon di Torino, che racconta l'origine dei suoni e della percezione uditiva. Poi il discorso si allarga fino a diventare un'ampia introduzione, insieme storica e teorica, al multiforme universo della musicoterapia. Alberto Ezzu e Roberto Messaglia ripercorrono l'evoluzione della disciplina attraverso diverse epoche e aree geografiche: dalla Grecia antica al taoismo, dai riti sciamanici alla new age. Poi descrivono i fondamenti teorici e scientifici, spiegando come orientarsi tra le diverse tecniche. L'ultima sezione è dedicata alle applicazioni pratiche, con tutti i segreti per "curare" con la musica.
Un’ introduzione alla Musicoterapia (di Sandra Masci)
Il volume si presenta come un manuale che in maniera accurata e approfondita attraversa le varie regioni attinenti la disciplina musicoterapica. La parte storica che spazia dal libro della genesi, ai Veda, fino allo Sciamanismo, con sensibili riferimenti all’uso del musicale nel cinema, oltre ad essere esaustiva ed attenta nella sua trattazione, risulta gradevole per la capacità degli autori di offrire al lettore continui rimandi e citazioni che rendono dinamica tutta l’area storica, arricchita tra l’altro da una significativa bibliografia.
La seconda parte dedicata ai Fondamenti della Musicoterapia, dopo aver rivisitato in veste attuale le varie questioni relative alla disciplina il binomio scienza/arte, la formazione, la supervisione e la ricerca analizza l’aspetto acustico del suono, mettendo in relazione gli aspetti della percezione e dell’elaborazione e presentando il modello psicodinamico.
Se nella prima parte del volume sono presentati due grandi indirizzi relativi ai numerosi modelli musicoterapici - uno orientato alle proprietà acustiche del suono e ai suoi effetti sulla materia, l’altro che utilizza musica pre-confezionata attribuendole significati psicologici ben precisi - nella terza parte vengono esposti i cinque modelli riconosciuti nel IX Congresso di Musicoterapia di Washington (1999), due dei quali fanno riferimento al metodo recettivo e tre a quello attivo. Completa il testo l’esposizione di altri modelli che integrano diverse tecniche applicative e che promuovono la musicoterapia nel più ampio ambito delle artiterapie.
L’ultima parte del testo, dedicata alle applicazioni cliniche della musicoterapia, esplora tra gli altri, anche campi nei quali le esperienze maturate nel nostro Paese sono meno numerose e il cui sviluppo è relativamente più recente.
Conclude il volume un utile glossario dal quale il lettore potrà partire per ulteriori approfondimenti, unitamente ad un elenco di risorse web.
Il testo, uno dei più completi nel suo genere, è fruibile non solo dai professionisti del settore ma anche da tutti coloro che sono interessati ad approfondire l’argomento, proprio per la scorrevolezza della scrittura e la capacità di sintesi degli autori.
(La Stampa, 13 maggio 2006)
Ecco il bello della musica terapeutica (di Irene Galbiati)
Ciascuno di noi ha un corredo sonoro - una nenia, una melodia, il ticchettio della pioggia che evoca sensazioni e ricordi. Il suono ha anche il potere di esercitare pulsioni sul corpo rilassando i muscoli oppure sollecitandoli fino alla frenesia (la taranta) o ad un rapporto fisico intenso come quello di un suonatore con il suo strumento (ricordate Jimi Hendrix?) fino ad arrivare ad una dimensione metafisica (presente in molte culture orientali, africane, aborigene). Sulle premesse delle «capacità» del suono è stata sviluppata da varie scuole di pensiero la musicoterapia che ha origini primitive e utilizza il suono come «cura» attraverso l'ascolto passivo con la produzione di suoni. Qui i pazienti vengono messi nella condizione di suonare semplici strumenti musicali a corda o a percussione talvolta soltanto battere le mani. Importante non è l'abilità ma il metodo che serve per individuare le «identità sonore» dell'individuo: la «musica» che ciascuno di noi si porta dentro come un codice genetico ma anche come esperienza che comincia dall'età fetale. La musicoterapia riesce in qualche modo a riorganizzare le emozioni a ricostruire ciò che si è vissuto e che non si ricorda più: il suono riporta a galla frammenti biografici che possono suscitare reazioni utili alla comprensione delle problematiche. Il campo di applicazione è vastissimo: con persone che hanno disturbi autistici e che vivono un proprio mondo evitando la comunicazione verbale. E ancora la musicoterapia può alleviare disturbi del comportamento e le psicosi. Oppure agevolare malati di Alzheimer ma serve pure come coaudiuvante nella terapia del dolore o contro il disagio psicologico derivante da abusi o ingiustizie sociali. Addirittura aiutare persone in coma. Ma può anche esser utile anche per chi sta benissimo per esempio per stabilire un buon rapporto fra madre e figlio durante la gestazione: qui c'è già un contatto diretto e il ritmo è dato dal battito cardiaco della madre. la sua voce i suoni che il feto percepisce. Ma se si prepara un corredo di suoni prima della nascita si può facilitare la relazione con il mondo fini dai primi momenti di vita. Per saperne di più: oggi alle 16,30 in via Condove 22 si presenta il libro di Alberto Ezzu e Roberto Messaglia «Introduzione alla musicoterapia» in vista del convegno «Musica tra neuroscienze, arte e terapia», organizzato ad Alba dal 30 maggio dal centro Benenzon dall'Asl 18 (neurologia e neuropsichiatria infantile). Per informazioni telefonare al numero: 0115682285.
(Giornale della Musica, ottobre 2006)
Balsami sonori Un libro di Alberto Ezzu e Roberto Messaglia sull’esperienza musicoterapeutica
«L’ambito sonoro è un ambito di relazione, dal ventre materno alla cultura sociale o privata»
Fra le oltre cinquanta scuole di musicoterapia in Italia, quella di Torino è una delle più importanti, conducendo parallelamente ricerca, formazione e applicazione: è il Centro di Musicoterapia di Rolando Benenzon, massima autorità mondiale, fondatore e supervisore delle associazioni di musicoterapia in molti paesi dell’America Latina e dell’Europa. Legati al Centro Benenzon sono gli autori di Introduzione alla Musicoterapia (edizione Musica Practica): Alberto Ezzu (musicista e musicoterapeuta, socio fondatore del centro, responsabile della formazione e del tirocinio) e Roberto Messaglia (psichiatra, psicoterapeuta e musicoterapeuta, reponsabile della ricerca). Professor Ezzu, come è strutturato e a chi è rivolto questo libro?
«È il primo volume di una collana e si compone di cinque sezioni: storia, fondamenti, modelli, dalla musicoterapia recettiva a quella attiva, applicazioni cliniche e un glossario, oltre a un’importante sezione bibliografica.Un testo di cui c’era bisogno. La letteratura in questo campo è vastissima, ma nella maggioranza dei casi è dedicata ad argomenti o settori specifici di applicazione clinica o di metodologia. Questo manuale intende offrire un’introduzione storica, filosofica e scientifica alla materia nei suoi aspetti generali. Pensato come manuale didattico, è rivolto a un ampio spettro di lettori: dal musicista al medico a chiunque sia interessato ad approfondire l’argomento muovendosi consapevolmente, ordinando o riordinando idee e soprattutto cancellando pregiudizi». Che cos’è “musicoterapia”? L’effetto di suono e vibrazione sull’organismo malato oppure l’intervento psicosomatico del dato emozionale della musica? «Sono definizioni piuttosto vere entrambe, ma vanno completate. Occorre superare l’idea che psiche e corpo siano separati. L’influenza reciproca è sperimentata nella vita quotidiana, e sul dato empirico bisogna costruire una metodologia di intervento che abbia validità scientifica. Alla necessità di impiantare la musicoterapia sul rapporto tra fisicità e mente si aggiunge il bisogno di instaurare una relazione paziente-terapeuta, basata sull’elemento che rende dinamica questa relazione: la musica, fatta di suono, ritmo, movimento. La vita ci insegna che la musica è tra i primi ambiti di relazione umana: dal suono liquido nel ventre materno al proprio battito cardiaco, dalle melodie pentatoniche delle ninnananne di tutto il mondo ai fenomeni sonori nel nostro habitat, fino alla nascita di una cultura musicale, sociale o privata, consapevole». Verso quali patologie ein quali contesti si applica la musicoterapia?
«Il primo fronte è stato l’autismo, nella maggioranza dei casi a contatto con i bambini. Poi si è passati all’alzheimer, varie forme di handicap, malattie neurologiche e di interesse psichiatrico e infine il coma.Eccetto quest’ultimo caso, l’assunto di base è la consapevolezza della relazione paziente-musicoterapista. La nostra identità sonora riguarda una sfera universale di fenomeni, poi una dimensione gestaltica e infine culturale, individuale o sociale. Nel coma la coscienza della relazione è commisurata alle reazioni epidermiche ed è importante svolgere un’indagine ricognitiva sull’identità sonora del soggetto. Il contesto ideale è un luogo protetto, lontano da contaminazioni esterne. Nella realtà però si lavora in qualsiasi situazione, cercando di creare un contesto non verbale, dove anche la parola ha come principale valenza l’aspetto fonetico». Qual’è il rapporto del musicista con la disciplina dellamusicoterapia?
«La mia esperienza personale, essendo musicista, è quella di conferire alla musica meno autoreferenzialità possibile, rendendomi conto di quanto invece rappresenti un potenziale di relazione attiva e di beneficio comunitario. Un punto di vista che nella tradizione musicale indiana aveva già principi solidi e che certo non nega il valore estetico dell’attività di un musicista ma vi affianca quello terapeutico, se non addirittura quello più decisamente etico».
Monica Luccisano
(Sito della Provincia di Torino, pagina dell'editoria locale a cura di Emma Dovano. http://www.provincia.torino.it/editoria_locale/index.htm , 16-10-2006)
La nostra identità sonora Primo libro della collana del Centro di Musicoterapia Benenzon Italia a cura della casa editrice Musica Practica, scritto da Alberto Ezzu, musicista e da Roberto Messaglia medico psichiatra, entrambi musicoterapisti. La prima parte è sulla storia della musicoterapica dalla mitologia al cinema, dal medioevo a oggi, poi i fondamenti della ricerca, il suono, dalla percezione alla elaborazione, i modelli psicodinamici di Freud e Jung. Nella terza parte e nella quarta i vari modelli di musicoterapia e le applicazioni nella clinica.
Nel modello Benenzon si lavora sul principio dell'ISO, l'Identità Sonora che ci identifica e ci caratterizza, che riassume in sé quello che ci è stato trasmesso e quello che abbiamo acquisito con esperienze di vita sociale e culturale, comprese le ninne-nanne cullate e canticchiate, il suono dell'acqua e del vento, il ritmo del camminare sentito quando eravamo portati in braccio. Da qui, dalla nostra identità sonora, una comunicazione tra individui e una relazione che può permettere un cambiamento o almeno ci può provare.
Lo strumento musicale in questa terapia è oggetto intermediario : “incorporato, di sperimentazione, catartico, difensivo” in grado di diventare un'estensione, un ampliamento dei due legati dalla relazione. Un filo, un legame che va oltre la parola, “l'infinito mondo del non-verbale”.
Un testo molto utile anche per i non addetti, uno strumento di prima conoscenza e anche manuale di consultazione.
Imponente la bibliografia: più di duecentocinquanta testi consultati e consigliati per approfondimenti. Più 33 siti internet. A fine libro, un glossario importante da Alchimia a Zona intermedia di Winnicott, la zona del gioco infantile “…una zona neutrale di esperienze che non verrà messa in discussione”, forse la linea di partenza della relazione bambino-mondo.
Libro molto molto interessante. (ed)
AA.VV., Nel cerchio della mia vita.
Storia di una scultura di Enzo Sciavolino
(Sito della Provincia di Torino, pagina dell'editoria locale a cura di Emma Dovano. http://www.provincia.torino.it/editoria_locale/index.htm , 3-05-2006)
Uno specchio di marmo
Piazzale della Memoria, strada Comunale San Lorenzo, Collegno. Lì, dall'8 di aprile del 2001 una statua alta sei metri taglia lo sguardo e lo attira: sul vertice della stele di marmo un volto umano, un doppio profilo di donna davanti a uno specchio a forma di semisfera. Alla base, ma si vedono in un momento successivo, un'onda dal profilo dolce, calma, divisa in due.
Enzo Sciavolino, lo scultore, dice che “lo scopo è quello di suscitare un sentimento forte e sereno di affermazione della vita oltre il trascorrere del tempo”. Poi chi la vede, chi si sofferma come per tutte le opere d'arte - è la sua potenza può sentire altro. Nelle tante fotografie del libro, la scultura, imponente, maestosa, dà tranquillità, respiro.
In questo testo-catalogo sette estimatori e amici dello scultore leggono l'opera: sono scrittori, giornalisti, critici d'arte: la cultura dell'artista, il suo saper creare, sublime capacità!, messi a confronto con chi scrive, con la magia che sa suscitare anche la parola scritta, inventata, suscitata, tradotta.
Nicola Miceli parla di scultura come ‘recinto sacro' in cui è “imposta la regola del silenzio (…) per predisporre i sensi e la mente all'ascolto, per interrogare lo spirito che pervade ogni fibra della natura e rendere voce alle cose che hanno attraversato le pieghe del tempo”.
Un tempo che sembra chiuso nella sua continuità e quasi prevedibilità di flussi, di passaggi difficili che si alternano a sprazzi di luce che quasi sorprendono e per la brevità e la sorpresa ci sfuggono. Qui ha spazio l'arte: “non per distrarci o per ingannarci, ma per dare il senso al cammino che prende la nostra vita”, dice lo scrittore Tahar Ben Jelloun nel testo. (ed)
Stefano Michieli, Flauto dolce
www.flautodolce.it 9-05-2006
La collana dei Leggiotti prende il via con la prima parte di un simpatico Metodo per Flauto Dolce che accompagnerà bambini e ragazzi in un itinerario alla scoperta del linguaggio musicale attraverso questo straordinario strumento, troppo spesso sottovalutato.
L’Autore, un insegnante che ha fatto tesoro della sua lunga ed appassionata esperienza, ha messo a punto una metodologia che “prende per mano” l’allievo e lo guida passo passo a superare tutte le prime difficoltà, suggerendo un approccio sensoriale allo strumento.
La parte iniziale del libretto, ricca di consigli ed esempi, affronta in modo graduale i vari argomenti relativi alla notazione musicale di base e alla loro immediata applicazione strumentale. Nella seconda parte, invece, viene presentato un ampio repertorio di brani didattici e tradizionali. È stato volutamente omesso lo studio della nota FA per aggirare il problema della notazione barocca o tedesca, e consentire l’uso del metodo anche in una classe nella quale gli allievi dispongano di tipi diversi di flauto dolce.
Il corposo secondo volume della Collana di Musicoterapia curata dal Centro Benenzon di Torino, raccoglie i numerosi contributi dell’omonimo Convegno Internazionale tenutosi ad Alba (Cuneo) nel 2006, convegno in cui l’esperienza musicale viaggia tripartita tra arte, terapia e neuroscienze. Proprio per questo gli apporti dati al volume sono multipli e stimolanti, frutto di uno scambio proficuo ed aperto.
La presentazione iniziale del modello del Professor Benenzon ribadisce il senso e il significato di quarant’anni di pratica clinica nell’evoluzione dei suoi contenuti. Allo stesso tempo rinnova l’interesse ad una dimensione umana che necessariamente passa per il non-verbale e richiama esperienze relative alla comunicazione analogica, riportando sempre l’attenzione all’intrasetting, spazio in cui si attua il fenomeno non-verbale, e alla non frammentazione dei dati osservati rispetto alla globalità ed unitarietà dell’esperienza musicoterapica.
Per gli addetti ai lavori, alcuni articoli risultano particolarmente interessanti: il lavoro del Prof Benenzon sul dolore cronico, nel quale partendo da una esplorazione del meccanismo del dolore, vengono affrontate le dinamiche comunicative, ponendo al centro la condivisione del dolore attraverso la narrazione del non verbale che di esso ne fa il paziente e l’uso dello strumento come prolungamento del corpo; il contributo di M.E. Garcia che sviluppa il concetto di presenza terapeutica, data dalla capacità d’integrazione tra l’entrare in ascolto e l’essere in azione del terapeuta, nella crescente consapevolezza di una reciproca modificazione; l’esperienza di canto armonico e musicoterapia condotta in un penitenziario siciliano (R. Schiavo) e l’incontro tra la musicoterapia e il massaggio infantile (S. Moglia, C. Manfredi). Interessanti anche esperienze di percorsi formativi e gli esempi di organizzazione di centri e istituzioni nei quali è attivo il servizio di musicoterapia, non solo in Italia.
I contributi della parte finale del volume, dedicata alle neuroscienze, tutti rappresentativi di un interesse al confronto interdisciplinare, fanno intravedere nuove prospettive nell’integrazione tra scienza medica e artiterapie.
(Sandra Masci)
(Giornale della Musica, novembre 2007)
Il metodo musicoterapico di Rolando Benenzon Se l’arte musicale cura
Da diversi anni, il Centro Musicoterapia Benenzon di Torino (www.centrobenenzon.it) lavora "sul campo" al fine di testare in diversi ambiti l'efficacia del metodo elaborato dal prof. Benenzon. Nel 1999, in occasione del IX Congresso mondiale di Musicoterapia, tale metodo è stato accreditato dalla World Federation of Music Theraphy tra i cinque modelli di musicoterapia più diffusi nel mondo. Nel 2006,in un'ottica di collaborazione e confronto non solo tra esperti di musicoterapia, ma tra i vari operatori che si occupano della "salute comunitaria", il Centro ha organizzato con il sostegno della Soc (Struttura Organizzativa Complessa) di Neurologia e la Soc di Neuropsichiatria Infantile dell'Asl 18 di Alba e del loro direttore Giovanni Asteggiano, il II Convegno Internazionale di Musicoterapia "Musica tra Neuroscienze, Arte e Terapia".
Le relazioni del convegno sono la base del volume che ne replica il titolo e che fa parte della Collana di Musicoterapia curata dal Centro. L'interesse del convegno nei confronti dell'interscambio scientifico, teorico e pratico riguardo all'uso delle tecniche musicoterapiche nei diversi domini della salute, si traduce in un'estrema varietà di contributi apportati da professionisti ognuno dei quali, nell'ambito di competenze diversificate e non riferite solo e esclusivamente alla metodologia Benenzon, contribuisce al dibattito generale oggi attivo rispetto ai diversi fulcri della disciplina. Articolato in 5 sezioni, il volume si muove mediante contributi magistrali e descrizioni di casi clinici ai quali sono spesso allegati gli strumenti di lavoro nati nei diversi contesti operativi. Generalmente, ogni intervento è corredato di una ricca bibliografia e alcuni lavori si concludono con utili riferimenti discografici. La prima parte si apre con importanti contributi riferiti al modello di Benenzon del quale si propone una trattazione esaustiva sotto il profilo sia dell'elaborazione epistemologica sia delle sue applicazioni nei diversi contesti e secondo diverse posizioni professionali. Particolarmente interessante è la sintetica, ma densa e puntuale, presentazione del modello da parte dello stesso Benenzon che con l'atteggiamento di ricerca che lo contraddistingue, rivisita le proprie precedenti posizioni introducendo anche novità concettuali significative rispetto alla disciplina che, ad esempio, oggi ridefinisce “Musicopsicoterapia”. La seconda e la terza sezione riportano numerosi contributi rispettivamente sull'applicazione della musicoterapia nell'età evolutiva e nell'età adulta, mentre la quarta indaga il rapporto tra musicoterapia e arte mettendo in evidenza l'importanza dell'esperienza artistica nella costruzione sia della relazione terapeuta / paziente sia dell'intero processo musicoterapico. L'ultima parte del libro è dedicata al rapporto tra la comunicazione musicale e le neuroscienze e presenta l'analisi delle strutture nervose deputate alla percezione della musica e del loro rapporto con le altre strutture e funzioni corporee.
Amalia Lavinia Rizzo
(Suonare News, dicembre 2007)
Quando le note salvano la vita
Chi vuole essere aggiornato sugli ultimi sviluppi della musicoterapia non si lasci sfuggire gli atti del convegno di Alba 2006 pubblicati a cura del centro Benenzon. La raccolta degli interventi resituisce la vivacità di quella tavola rotonda che coinvolse medici, psicologi, infermieri, educatori, psicomotristi, musicisti, logopedisti a molte altre figure professionali del settore. Lo scambio di idee prende il via dalla presentazione del modello teorico di Rolando Benenzon e delle sue diverse applicazioni. Poi si spazia in mille ambiti: dall'integrazione dei disabili a scuola, ai laboratori nelle carceri, dalla scoperta della voce alla cura delle cefalee. Tante proposte, un solo obiettivo: migliorare la qualità della vita attraverso la musica.
Alice Bartolini
(Musica Domani, n. 149, dicembre 2008)
Neuroscienze, arte e terapia di Claudio Bonanomi
La pubblicazione è costituita dalle relazioni e dalle comunicazioni presentate nel corso del 2° Congresso internazionale "Musica tra neuroscienze, arte e terapia" che si è tenuto nel 2006 ad Alba. Il titolo del volume, riprendendo il tema del convegno, suscita molte aspettative nel lettore riguardo alla trattazione di un argomento particolarmente attuale a cui la musicoterapia è particolarmente interessata.
Occorre considerare che sovente gli atti dei convegni si rivelano poco adatti a rendere il pathos presente nel corso dell'evento, componente fondamentale in tali situazioni e inoltre la presentazione di molteplici interventi rende difficoltoso il necessario "equilibrio redazionale", dando a volte un'impressione di frammentarietà e di scarso collegamento al tema generale. Anche il volume in oggetto non riesce a evitare tali pericoli, anche se la suddivisione in diverse sezioni aiuta nel ricondurre il tutto a una unitarietà.
Il volume si apre con la prefazione di Rolando Benenzon (musicoterapeuta e professore onorario della facoltà di Medicina, Università del Salvador di Buenos Aires) e con la presentazione di Giovanni Asteggiano e di Gabriela Wagner (rispettivamente docente di Riabilitazione neurologica al dipartimento di Neuroscienze, Università di Torino, e presidente della World Federation of Music Therapy). Successivamente troviamo gli scritti articolati in cinque sezioni. Le diverse parti contengono contributi che a volte differiscono molto tra loro. Ad esempio troviamo delle interessanti descrizioni di progetti territoriali con l'utilizzo della musicoterapia che purtroppo però non hanno collegamento con la tematica posta dal Congresso. Per questo motivo cercheremo di indicare quegli scritti che ci paiono particolarmente interessanti e cogenti riguardo al tema a cui il convegno fa riferimento.
La prima sezione, "Musicoterapia", apre con uno scritto di Rolando Benenzon (Presentazione del Modello Benenzon) in cui l'autore opera una riformulazione del concetto di "Iso", concetto fondamentale nel modello che porta il suo nome. L'"Iso" è l'identità sonoromusicale presente in ciascun individuo che Benenzon collocava nella dimensione psichica. Nel suo scritto l'autore opera invece un viraggio verso la sensorialità, recuperando il valore del «nonverbale" concependolo come un concetto multisensoriale, ovvero riconoscendo al corpo la funzione di mediatore fondamentale della comunicazione senza parole. II ragionamento attorno al Modello Benenzon trova prosecuzione nel contributo a firma di Gabriela Wagner (Il modello Benenzon di musicoterapia dal punto di vista neuropsicologico). Il lavoro è ricco e articolato; dopo una breve descrizione del Modello Benenzon di Musicoterapia (MBMT), attraverso la presentazione di casi cimici, viene mostrato come il MBMT si coniughi con le neuroscienze e con il sapere scientifico per quanto riguarda la conoscenza dei processi sonoromusicali e nonverbali in un contesto che fondamentalmente non prevede l'uso di parole.
La seconda sezione, "Musicoterapia nell'età evolutiva", presenta contributi che si riferiscono a differenti ambiti di intervento. Sono di particolare interesse perché nella gran parte documentano esperienze di musicoterapia: l'intervento musicale con bambini audiolesi; l'attività di musicoterapia con bambini nella scuola; il suono nel massaggio infantile; l'intervento di musicoterapia in una struttura di neuropsichiatria e all'interno di una terapia intensiva neonatale. Di questa sezione segnaliamo l'intervento La condivisione degli stati della mente: una possibile lettura dell'interazione musicoterapica nella grave disabilità curato dai musicoterapisti del Servizio di Musicoterapia del Centro di Riabilitazione "Giovanni Ferrero" e della Fondazione "Giovanni e Ottavia Ferrero" Onlus. Le argomentazioni, supportate anche dalla discussione di alcuni casi, rileggono tali esperienze alla luce delle teorie di Daniel Siegel, inserendo la riflessione sulla operatività musicoterapeutica all'interno delle più recenti acquisizioni in ambito neuropsicologico e più in generale nel contesto proprio delle neuroscienze, dove dimensione relazionale e biologica vanno reciprocamente a interconnettersi.
Gli interventi presentati nella terza sezione, "Musicoterapia nell'età adulta", affrontano per la quasi totalità il tema della terapia applicata alle persone affette da demenza, in particolare con Alzheimer. Lo specifico interesse espresso da questa sezione è dovuto al fatto che gli interventi presentati descrivono esperienze realizzate, a volte di carattere sperimentale, da cui vengono desunti elementi particolarmente significativi per quanto riguarda la relazione tra musicoterapia e neuroscienze.
La quarta sezione, "Arte", si colloca un poco a lato riguardo al tema di riferimento, seppur presentando interessantissimi interventi riguardanti principalmente la voce e il canto.
È nella quinta sezione, "Neuroscienze", che il tema del testo trova un particolare sviluppo. Gli interventi raccolti in questa sezione, proposti da studiosi e ricercatori di chiara fama nazionale e internazionale, analizzano le strutture nervose che sottendono la percezione di suoni musicalmente organizzati e i loro rapporti con i sistemi motori, vegetativi e della emotività.
A conclusione citiamo una frase tratta dall'intervento di Giuliano Avanzini che ci pare rappresenti in maniera sintetica sia il volume, sia il convegno cui la pubblicazione si riferisce: «Del resto l'incontro tra neurologi interessati ai rapporti tra musica e cervello e musicoterapisti ha confermato l'esistenza delle differenze concettuali e di linguaggio, ma anche il grande interesse della discussione interdisciplinare» (p. 264).
Alberto Ezzu, Il canto degli armonici
http://www.amadeusonline.net/musicaterapia.php
inserita il 18-05-2009
Letture tra canti e armonici (Seconda parte)
di Silvia Turrin
Dopo Il canto del leone verde, segnaliamo un testo di recente pubblicazione, curato dal musicoterapeuta Alberto Ezzu, in cui vengono spiegati gli elementi e le caratteristiche del canto difonico, scoperto dall’Occidente grazie alla conoscenza di quei popoli asiatici che da secoli lo impiegano per trascendere la realtà
“La voce viene ad essere una risposta interna e personalizzata a qualcosa di esterno e spersonalizzato. Di fronte a un panorama senza volto né identità, la voce di ciascuno grida il proprio nome così come può, per dichiarare di essere al mondo…”. Così afferma Marco Buccolo − musicista, compositore, direttore d’orchestra e di coro − nell’incipit al capitolo dedicato alla voce, incluso nel bel libro Il Canto degli Armonici. Storia e tecniche del canto difonico, edito da Musica Practica. Molti sono ancora coloro che sottovalutano le potenzialità della voce e gli effetti benefici che essa produce a livello fisico-energetico. Molti sono ancora coloro che non credono come la cadenza e l’altezza del timbro vocale possano riflettere una particolare condizione emotiva e, più in generale, permettano di capire lo stato di armonia di una persona. È importante non sottovalutare la voce, poiché proprio attraverso essa, se impiegata in un certo modo, è possibile modificare e migliorare una condizione psico-fisica non eccellente. Uno dei metodi più antichi, nonché efficaci, utilizzati da varie popolazioni tra loro culturalmente differenti e distanti, è il canto armonico, a cui è dedicato il volume qui segnalato, scritto oltre che da Buccolo, da Massimo Amelio, Alberto Guccione, Raffaele Schiavo, Alice Visintin e Alberto Ezzu (che avevamo intervistato tempo fa, sempre per questa rubrica. Si veda l’articolo “Alberto Ezzu. La sensibilità verso gli altri”).
Gli autori, di varia estrazione, sono riusciti a sintetizzare in modo esaustivo gli elementi che caratterizzano il canto difonico, ricordando tra l’altro le varie tecniche nelle quali si dirama. Interessante è infatti l’excursus culturale-geografico su quei popoli (principalmente gli abitanti della Mongolia, della Siberia e del Tibet) che da secoli portano avanti questa particolare tradizione vocale. Nel capitolo espressamente dedicato al canto degli armonici vengono inoltre citati quegli artisti legati all’ambiente musicale occidentale − quali Terry Riley, La Monte Young e l’istrionico Karlheinz Stochhausen − che sono rimasti affascinati dai suoni prodotti dal canto difonico.
Per chi non ne ha mai sentito una registrazione o una performance dal vivo è difficile comprendere l’incanto di questa modalità musicale. Come si mette ben evidenza nell’introduzione del libro: “Ogni suono che il nostro orecchio percepisce come singolo, in realtà è una sovrapposizione di più toni, chiamati ipertoni o parziali, i quali risuonano simultaneamente al suono generatore, ma con differenti frequenze ed intensità. Riuscire ad allenare l’orecchio a riconoscere ed ascoltare ognuno di questi singoli suoni è un esercizio straordinario, una vera magia sonora, a cavallo tra puro piacere fisico e la profondità di un’esperienza spirituale”. Per capire e ascoltare questi suoni, vivendo quasi una catarsi a livello sensoriale, ci si può inizialmente affidare al cd audio allegato al libro, dove sono inclusi tappeti sonori, con armonium e tanpura indiani (strumenti che vengono spiegati in un paragrafo ad hoc), oltre che esempi di tecniche di canto difonico interpretate dagli stessi autori.
Il volume, agevole nella lettura, ha inoltre il pregio di spiegare quelle nozioni spesso trascurate o date per scontato, come la struttura fisiologica da cui si genera la voce, e l’importanza sia della respirazione sia della capacità di ascolto. L’elemento centrale rimane il respiro, unica funzione organica che abbiamo il potere di controllare. Coinvolge tra l’altro la trachea, i polmoni, il diaframma, le costole, la muscolatura addominale. Saper guidare in modo naturale le fasi d’inspirazione e di espirazione aiuta la voce a espandersi e a fuoriuscire con un’intensità molto più profonda che in assenza di questa consapevolezza respiratoria. L’ultima parte del libro illustra le modalità di lavoro portate avanti dagli autori come specialisti nel canto difonico. Illuminante è “La voce dell’Hara e il canto degli armonici”, capitolo in cui Alberto Guccione (ricercatore nell’ambito della terapia sonora e pranoterapeuta) espone alcune tecniche efficaci per giocare con la voce e per conoscerne tutte le potenzialità. In appendice, sono stati inseriti suggerimenti legati non solo a pellicole e a siti web, ma anche riferimenti bibliografici e discografici utili per approfondire questa antica pratica vocale che l’Occidente sta progressivamente scoprendo.
(Settimanale, XXI, n. 27, 10 luglio 2009)
Il canto degli armonici: storia e tecniche del canto “difonico”
Alberto Ezzu è scrittore, musicista e musicoterapista, diplomandosi con una tesi sull’utilizzo della musica nel coma. Attualmente dirige “Alberto Ezzu Lux Vocal and Instrumental Ensemble”, ed è autore di numerosi scritti. In questo libro, l’autore vuole tracciare un quadro generale del canto.
Nella prima parte, tratta tramite l’anatomia umana, gli apparati che servono a svolgere questa attività musicale, come il respiro, molto importante per raggiungere un’estensione vocale molto larga, le corde vocali, gli scambi gassosi, l’orecchio umano, l’ascolto, in specifico quello degli armonici. In una seconda parte invece, inquadra il canto, a livello storico, spiegandone l’origine, a partire dal rinascimento, per poi citare alcune personalità che hanno compiuto degli studi sugli armonici, tra questi, Stockhausen, R. Laneri, D. Hykes, D. Stratos degli Area, J. Cole, S. Hinds, C. Bollmann, M. Vetter, T. Clements e altri ancora.
Infine fa un breve excursus, sulla nascita e sulle varie tecniche di canto difonico, che ci sono oggi nel mondo, come ad esempio lo Tseedznii xoomi, il Kamryn, lo Bagalzuuryn in Mongolia, il Khoomei, lo Kargyraa nella Repubblica di Tuva, lo stile Sigit, lo stile Khomei, gli stili tibetani e il Period doubling per la popolazione Xhosa del Sud Africa.
Quasi tutte queste esperienze musicali-sonore, sono contenute all’inteno di un CD, allegato al libro. Nell’ultima parte, curata da Raffaele Schiavo, si fa riferimento alla risonanza armonica e alla vocalità corporea, a come il canto mette in relazione le persone.
Un libro molto specifico, per chi vuole approfondire aspetti del canto “inusuale” o per semplici curiosi. Acquistabile nelle migliori librerie o richiedibile sul sito www.musicapractica.it.
Nadia Sussetto
(Giornale della Musica, ottobre 2009, anno XXV n. 263, sezione World)
Non solo tecnica, ma anche la storia e la fisiologia della fonazione Cantar più suoni
L'arte del canto difonico e la sua diffusione nel mondo di Daniele Bergesio
Il canto armonico o canto di gola (traducendo letteralmente "throat singing", è pratica che trascende il puro fatto tecnico: la complessità dell'emissione difonica attraverso le corde vocali riguarda anche il contesto culturale. Ben lo sa il team autore di questo volume, coordinato da Alberto Ezzu: Massimo Amelio, Marco Buccolo, Alberto Guccione, Raffaele Schiavo e Alice Visintin, oltre ad Ezzu, affrontano il canto difonico sotto il profilo esecutivo, ma anche storico, fisiologico e fisico, comparando rapidamente anche i differenti stili nei repertori mongolo, tuvano, tibetano e xhosa.
Essenziale, in tutti questi contesti, il cosiddetto "ascolto cantato": dopo aver descritto la struttura fisica del suono, la sua composizione in singole sinusoidi e la rilevanza delle diverse componenti armoniche, Ezzu dedica ampio spazio all'affinamento dell'orecchio; d'altra parte bisogna sapere "cosa" è necessario ascoltare per poterlo riprodurre. Interessante poi il capitolo di Schiavo sulla risonanza armonica del corpo attraverso la vocalità, votato a dimostrare come in realtà la nostra stessa fisiologia ci consenta naturalmente una pratica che pare invece artificiosa e per questo complessa: l'uso delle vocali, le loro sequenze – in particolare UOAEI – attraverso la fonazione delle quali chiudiamo o allarghiamo la forma delle labbra e del cavo orale – il loro utilizzo all'interno di melodie già note "rilette" con un orecchio accorto consentono di avvicinarsi alla tecnica anche a un principiante: come sottolinea successivamente Guccione infatti, la voce è capace di riprodurre solamente ciò che l'orecchio percepisce: non può esserci allenamento tecnico quindi senza prima un training dell'ascolto.
Ma, dopo tanta lettura, come possiamo mettere in pratica gli insegnamenti? Ci viene incontro il cd allegato, che contiene otto esempi di canto armonico, improvvisazioni nei differenti stili eseguiti dagli autori del testo, e tre frammenti strumentali, di cui due molto lunghi, utilizzabili come basi per i novelli cantori di gola.
Collana Istituto Suzuki Italiano
(Giornale della Musica, novembre 2007)
5 titoli nella collana dedicata al metodo da Musica Practica Suzuki da leggere Dalla tecnica violoncellistica ai giochi chitarristici
Iniziata con la pubblicazione Il bambino e il violoncello del maestro dei maestri Antonio Mosca - di cui già ci siamo occupati in questo spazio - la Collana Istituto Suzuki Italiano, edita da Musica Practica, si arricchisce di nuovi volumi. Innanzitutto, con la Tecnica giornaliera per il giovane violoncellista, Mosca intende integrare il percorso iniziato col primo volume e «portare gli studenti sino al "Diploma Suzuki" che corrisponde più o meno ad un quinto anno della Scuola di Violoncello Statale di Musica».
Per la stessa collana Elena Enrico ha curato due volumi. Il primo ha titolo - Suonare come parlare - e sottotitolo - Etica e guida al metodo Suzuki - estremamente significativi. Il libro presenta un percorso di approccio all'esperienza musicale che, riportando argomenti, concetti, massime filosofiche con gambe sia in oriente che in occidente, si prefigge il compito fondamentale, per coloro che si avventurano nel mondo Suzuki- siano genitori o insegnanti -, di aiutarli a capire e verificare quanto realmente «credano in questo percorso musicale ed umano, nonché quanto siano disposti a concedere di se stessi a questa scelta». La struttura, particolarmente coinvolgente per tutti, della metodologia Suzuki necessita proprio di un discorso iniziale chiaro e responsabilizzante; tutto questo perché: «Scegliere di educare il proprio figlio attraverso lo studio di uno strumento musicale non può e non deve essere dettato unicamente da un capriccio momentaneo, dalla moda o, peggio ancora, dalla convinzione che il bambino sia "portato"». Il Quaderno operativo per il corso di prelettura, invece, sempre della stessa autrice, appare un po' troppo direttivo e riduttivo sia dal punto di vista grafico che nei contenuti, a volte scontati.
Elio Galvagno presenta, per il mondo della chitarra Suzuki, due volumi. I pianeti musicali si propone come un viaggio interstellare: un vero gioco con i dadi che coinvolge gli allievi in prove d'abilità strumentale in giro per i pianeti, tutti connotati da un gusto-suono particolare, in modo da poter vincere premi musicali (set di corde, biglietto per un concerto, ecc.). La fantasia e la creatività dell'autore e la sua grande e pionieristica esperienza di docente di chitarra - è stato anche per molti anni presidente dell'Istituto Suzuki Italiano - garantiscono una piena integrazione tra progressione didattica e percorso ludico. Il secondo lavoro di Elio Galvano- La tastiera della chitarra - sotto forma di album, ha l'obiettivo, non facile da raggiungere, di favorire negli allievi lo studio gestuale mnemonico, anche al fine di fornire un indispensabile contributo alla conquista di una buona lettura a prima vista.
p.s.
(Suonare News, n. 136, febbraio 2008)
L'arte di suoni in versione Suzuki
Il Suzuki è uno dei metodi più noti per la didattica musicale. L'arte dei suoni non è intesa come disciplina fine a sé stessa, ma come progetto educativo totale; dove tutta la famiglia è coinvolta per lo sviluppo della persona, dai 3 ai 15 anni, nel suo complesso. Dagli anni Ottanta, l'Istituto Suzuki Italiano ha conosciuto una continua espansione: oggi conta 30 scuole e 200 insegnanti. Lo stesso Istituto collabora con le edizioni Musica Practica di Torino per la Collana dell'Isitituto Suzuki Italiano. I contenuti, già sperimentati con successo, toccano gli aspetti fondamentali del metodo e accompagnano il bambino nelle varie fasi della crescita. Il titolo base per conoscere e iniziare il percorso è Suonare come parlare - Etica d Guida al metodo Suzuki, della didatta e pianista torinese Elena Enrico, Presidente dell'Istituto Suzuki Italiano. Il fascicolo contiene anche i testi e le musiche dei canti per un primo repertorio. (Antonio Galanti)
Elio Galvagno, I pianeti musicali
(Sei corde, n. 96, luglio 2008)
Una favola per i più piccini
Elio Galvagno è un pioniere del metodo Suzuki in Italia e, soprattutto nel campo dello studiodella chitarra, ha svolto un ruolo importante mettendo a punto, nel corso degli anni, un repertorio adatto ai bambini e stimolando i liutai a costruire piccoli strumenti di buone qualità. E stato presidente dell'Istituto Suzuki Italiano dal 1994 (anno di fondazione) al 2006 ed è uno dei quattro formatori a livello internazionale per la preparazione e l'abilitazione di nuovi insegnanti di chitarra secondo il metodo Suzuki.
La pubblicazione in questione è una favola con un gioco per motivare l'esecuzione di tutto quel che si intende per tecnica, quindi scale, arpeggi e accordi. I disegni sono di Giorgio Dalmastro, il grafico che ha disegnato il logo delle recenti olimpiadi invernali di Torino 2006 e il libro prende per mano docente e allievo in questo percorso che ordina gli ingredienti principali del fare musica ed in particolare del farla sulla chitarra.
Segnalo anche dello stesso Galvagno un'interessante proposta didattica per la visualizzazione mentale e la lettura a prima vista dal titolo: La tastiera della chitarra, sempre della stessa casa editrice. (****) (Franco Cavallone)
Elio Galvagno, Guitar Ensemble Collection
(Sei corde, n. 96, luglio 2008)
Imparare a suonare in orchestra
Nel metodo Suzuki ha una fondamentale importanza il suonare assieme e in particolare in orchestra. Frutto della ventennale esperienza di Elio Galvagno ora sono disponibili questi undici fascicoli con diversi brani per orchestra di chitarre con l'ausilio di uno o due violoncelli per il rinforzo dei bassi. Sono elaborazioni molto ben curate che contengono anche tutte le parti singole. Non tutte le elaborazioni sono per orchestra, ma vi sono anche brani per due chitarre, per trio ecc.
I lavori affrontati spaziano dalla musica barocca con Haendel, Vivaldi, Sanz, Telemann, alla musica classica con la trascrizione della Polonaise del Concerto op. 30 di Mauro Giuliani, la Sinfonia dei giocattoli di Leopold Mozart, Tre Fughe KW 167 di Mozart, tema, variazioni e finale su Pria ch'io l'impegno di Carcassi, per giungere a trascrizioni di temi popolari con variazioni (Carnavalito. Greensleeves. Twinkle twinkle around the world) e all'immancabile The Ententainer di Joplin.
Penso che queste pubblicazioni siano di grande interesse per tutte le scuole di chitarra e anche per le scuole medie ad indirizzo musicale (con opportuni adattamenti si possono creare le parti per altri strumenti). Bel lavoro. (*****) (Franco Cavallone)
Antonio Mosca, Leggere la musica giocando
(Settimanale Monviso, XXI, n. 31, 19 agosto 2009)
La teoria della musica spiegata ai bambini
Antonio Mosca, musicista nativo del Canavese, all’età di 8 anni, intraprende gli studi musicali di solfeggio e fisarmonica con il M° Aldo Canzano. Continua gli studi al Collegio di Musica di Roma, poi nel ’64, viene assunto come I violoncello dell’Orchestra da Camera di Zurigo. Attualmente insegna al Conservatorio “G. Verdi” di Torino e si dedica allo sviluppo della Scuola Suzuki del capoluogo piemontese. Il libro, diviso in due sezioni, vuole essere una proposta didattica musicale, adatta ai bambini, in modo che imparino la teoria, in modo semplice, chiaro e divertente, rendendo meno “pesante” questo apsetto fondamentale della musica. La seconda parte del libro, si rivolge ai genitori, rendendoli consapevoli dell’importanza dell’educazione musicale del proprio figlio, “perché è bene considerare la musica come uno dei mezzi più comunicativi e espressivi che ci siano”.
Scorrendo le pagine, il bambino, impara a formare, a capire cos’è un pentagramma, capire il valore delle note, il loro nome, leggere in chiave di violino, di basso, di tenore, di contralto. Inoltre il metodo, contiene delle carte musicali, con sopra disegnate le note, di colore rosso, verde, giallo, azzurro, per giocare a carte con i propri amici o genitori, insegnanti o educatori. Alla fine sono illustrati i giochi che si possono fare con le carte. Un libro molto interessante, acquistabile nelle migliori librerie o richiedibile sul sito www.musicapractica.it. (Ariele Gay)
Paola Venturi, C'era una volta la musica
(Suonare News, n. 151, giugno 2009)
Tutti i "perché" spiegati ai vostri figli
Se i vostri figli sono arrivati all'età dei "perché" questo libro fa al caso vostro, almeno per appagare le curiosità riguardanti l'arte dei suoni. Paola Venturi racconta la storia della musica con parole semplici e uno stile accattivante e adatto agli allievi delle scuole elementari. Si comincia con i cavernicoli per raccontare le tappe salienti della tradizione occidentale fino ai nostri giorni. Chi ha inventato la musica? Che cos'è un pianoforte? Cosa vuole dire romantico? Le risposte comprensibili anche ai più piccoli sono in queste pagine gradevolmente illustrate. Con i consigli per gli ascolti e un link su Internet per gli approfondimenti. (Alice Bertolini)
Interventi
(Musica Domani, n. 150, marzo 2009)
L'editoria musicale in Italia (estratto) di Stefania Lucchetti
Musica Practica è una casa editrice specializzata in testi per la didattica musicale nella scuola dell'obbligo, nelle scuole di musica e nei conservatori. Fin dalla sua fondazione (nel 1997) ha inteso caratterizzare i suoi prodotti, da un lato, sulla ricerca di nuovi approcci editoriali, dall'altro, sulla creazione di nuovi materiali e metodologie per gli insegnanti.
I testi finora realizzati sono nati dal confronto tra la redazione e gli autori con l'obiettivo di fornire uno strumento il più efficace possibile per gli operatori musicali. Il nome stesso della casa editrice sta a significare un impegno mirato nella costruzione di prodotti votati alla praticità e all'efficacia.
Seguendo questa linea, ogni testo ha una sua unicità e una sua storia; è il prodotto di riflessioni su come debba essere architettato per raggiungere il suo scopo. Esemplare in questo senso la scelta di proporre il volume di Gabriella Bosio Io suono l'arpa in abbinamento con la guida per genitori e insegnanti: non esistendo all'epoca una tradizione didattica specifica nello studio dell'arpa per l'infanzia, occorreva innanzitutto "educare" una generazione di genitori e strumentisti. Oggi questo metodo è il più diffuso nel mondo e sono in preparazione edizioni in nuove lingue.
Tra gli ultimi nati un altro esempio di "architettura editoriale" è rappresentato dalla collana dei "leggiotti". Questa collana è nata dall'esigenza di offrire un testo per lo studio del flauto dolce nella scuola dell'obbligo che ovviasse, tra gli altri, al problema della scorretta postura esecutiva: ne è nato un metodo esposto su un libro che ha la particolarità di "stare in piedi da solo". A un anno dalla sua uscita continuiamo a ricevere commenti entusiasti di insegnanti che ci illustrano usi fantasiosi e a volte geniali del "leggiotto" da parte degli allievi. A ciò si aggiungono le tante innovazioni didattiche su cui è costruito il testo e che ha riscosso l'entusiasmo di insegnanti e allievi. Per questo stiamo creando una pagina internet dove gli insegnanti possono mettere in comune le loro esperienze e indicarci le loro esigenze, in prospettiva del secondo numero della collana di prossima uscita.
Musica Practica pone fiducia in questo modo di essere editori: non solo uno strumento per gli autori e per gli utenti, ma un vero interlocutore, un laboratorio di idee. Dopo la collaborazione come sponsor tecnico della XIV Suzuki Method World Convention, Musica Practica è stata scelta dall'isi (Istituto Suzuki Italiano) per la pubblicazione dei testi e dei supporti didattici per tutte le scuole italiane. Un'altra importante collaborazione è quella con il Centro Musicoterapia "Benenzon" Italia che si è inaugurata con l'Introduzione alla musicoterapia, considerata tra i testi fondamentali per l'approccio e l'approfondimento della materia ed è proseguita con Musica tra neuroscienze, arte e terapia.
Uno spazio importante del catalogo è destinato ai materiali per la musica d'insieme che, prima della pubblicazione, sono soggetti a un accurato lavoro di sperimentazione e revisione. Due le collane: We Play the Harp, a cura di Gabriella Bosio, destinata agli ensemble di giovani arpisti; Guitar Ensemble Collection a cura di Elio Galvagno, direttore della celebre Orchestra di chitarre Suzuki di Saluzzo. Per la distribuzione dei propri prodotti Musica Practica si appoggia principalmente alla casa editrice Rugginenti con la quale esiste uno storico rapporto di collaborazione redazionale.